E’ morto Ciro Cirillo, l’assessore rapito dalle Br: per liberarlo trattativa Stato-camorra

Se ne è andato a 96 anni, portandosi nella tomba i suoi misteri. Nel 1981 l’allora assessore regionale ai lavori pubblici rimase 89 giorni nelle mani delle Brigate Rosse

Se ne è andato a 96 anni Ciro Cirillo, portandosi nella tomba i suoi misteri e l’ombra della trattativa tra Stato e camorra. Nel 1981 l’allora assessore regionale ai lavori pubblici rimase 89 giorni nelle mani delle Brigate Rosse. Mesi di frenetici approcci tra uomini del suo partito, la Dc, dei servizi segreti, delle Br e della Nco di Raffaele Cutolo. Oggi sappiamo con certezza come finì quella trattativa Stato-Camorra per il sequestro Cirillo. E lo possiamo dire col sigillo della Cassazione: lo Stato trattò, eccome se trattò con la Nco di Raffaele Cutolo. Di più: si prosternò di fronte al professore di Ottaviano. Riverito, blandito nella cella del carcere di Ascoli Piceno per favorire la liberazione dell’assessore democristiano alla Regione. E subito dopo tradito da istituzioni voltagabbana, che mandarono in fumo promesse di appalti e prebende. Ma don Raffaele fu però assolto dalla surreale accusa di estorsione alla Democrazia Cristiana, il partito-Stato, dominus del negoziato col boss. Se non ci fu estorsione, allora ci fu trattativa. Una verità ricavata in controluce, ripercorrendo la processione di agenti dei servizi davanti al capo della Nco. Prima quelli del Sisde, poi i militari del Sismi, che si intestarono la titolarità del patto con l’antistato, giudicando inefficienti i servizi civili, con la benedizione dei politici in ansia. Accordi inconfessabili che coinvolgevano le Brigate Rosse e la colonna napoletana del cattivo maestro Senzani, carcerieri di Cirillo.

 

Non c’è segreto di Stato sulla trattativa fra cutoliani e istituzioni, non ci sono carte da declassificare. Basta andare all’archivio della Suprema Corte per trovare le prove di come lo Stato sappia umiliarsi di fronte alla camorra. Una verità scomoda da digerire perfino oggi. Nessuno ne parla, nessuno vuole approfondire. L’ultranovantenne ex assessore Cirillo ha consegnato le sue memorie ad un notaio, da rendere pubbliche solo dopo la sua morte. Un’assicurazione sulla vita. Perché sarebbe pericoloso pure adesso tirare fuori gli scheletri dagli armadi. Come ricostruì la Commissione parlamentare antimafia, nella catena di misteri emerse il ruolo di Francesco Pazienza. Il faccendiere legato ai servizi militari tornò dagli Stati Uniti in Italia il 20 giugno 1981 e stabilì un contatto con Alvaro Giardili, imprenditore impegnato nella ricostruzione in Irpinia. Gli chiese di fargli incontrare i vertici della Nco, per sbloccare l’impasse nel sequestro Cirillo, che si trascinava da quasi 2 mesi. Mossa azzeccata. Il 10 luglio, Pazienza ebbe un summit nella casa del cutoliano Oreste Lettieri ad Acerra. Interlocutore principale Vincenzo Casillo, già protagonista della trattativa. Oltre a Giardili, erano presenti anche un assessore Dc di Acerra, Bruno Esposito, ed il camorrista Nicola Nuzzo. Casillo ritenne Pazienza come colui che parlava a nome del Sismi, ma anche di alcuni vertici della Democrazia cristiana. La trattativa Stato-camorra era partita.

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