Diego e Fidel giocheranno insieme in cielo

Il campione è morto lo stesso giorno del rivoluzionario cubano

Diego per una ironia del destino, se n’è andato lo stesso giorno del comandante Fidel Castro. Una coincidenza storica.  Maradona  non aveva mai nascosto la sua ammirazione per la Rivoluzione cubana. Il più grande rivoluzionario dell’America Latina nel XX secolo e il migliore giocatore nella storia del calcio  si incontrarono nel 1987, quando Maradona fu invitato a Cuba per  ricevere il premio dell’anno come miglior atleta latinoamericano.

Diego e Fidel  trascorsero lunghe ore a parlare di calcio e di politica, nonostante il leader cubano fosse appassionato di baseball, sport nazionale dell’isola.

Il legame diventò forte  quando l’argentino regalò allo statista cubano la maglia del suo debutto con la Newell’s Old Boys.

Fidel, se ho imparato qualcosa da te in questi anni di sincera e bella amicizia, è che la lealtà non ha prezzo“, scrisse Maradona al leader cubano in una lettera del 15 gennaio 2015.

In quello stesso anno Fidel Castro, rivelò alcune delle lettere che aveva scambiato con il calciatore in cui entrambi condividevano idee sulla politica e lo sport.

L’atleta si recò spesso sull’isola su invito del leader cubano per ricevere cure mediche in un momento difficile della sua carriera.

In più occasioni Maradona sottolineò il suo legame con il popolo cubano e la difesa dei suoi ideali.

L’impegno ideologico e di amicizia del giocatore arrivò al punto di tatuarsi l’immagine del guerrigliero argentino-cubano Ernesto Che Guevara sul braccio e quella di Fidel Castro sulla gamba.

Maradona era nato in uno dei luoghi più poveri dell’Argentina. Era così povero che sua madre saltava il pranzo in modo che lui e i suoi fratelli potessero mangiare. E non rinnegò mai la sua famiglia nonostante il successo. “Io non dimentico le mie origini. Villa Fiorito è sempre il mio presente, non è il passato. Dispongo di più soldi? Meglio. Prima riesco a sistemare la mia famiglia, meglio è. Ma io non firmerò mai un contratto pubblicitario, se con esso volessero impadronirsi della mia vita” – disse Diego senza giri di parole. Condizioni di vita che determinarono la scelta di schierarsi sempre dalla parte dei deboli e contro i potenti.

Una giornata molto triste per il calcio. Ci lascia ma non se ne va, perché Diego è eterno. E rimarrà un riferimento per i tanti diseredati, gli ultimi, che non hanno abbandonato la voglia di lottare per il riscatto sociale.

Bellissime le parole di Francisco Cornejo, il primo allenatore di Diego: “Dicono che almeno una volta nella vita tutti gli uomini assistono a un miracolo. Il mio accadde un sabato di marzo 1969 sull’erba bagnata del Saveedra Park quando un ragazzino, che mi disse che aveva otto anni e che non gli credevo, fece miracoli con la palla

Ciro Crescentini

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