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Covid19: la fragilità della regionalizzazione del sistema sanitario

Redazione by Redazione
12 Maggio 2020
in Campania, Notizie correlate
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Riceviamo e pubblichiamo

Dal 1996, ovvero con l’emanazione dei cosiddetti Decreti Bassanini, vendere completamente ridisegnati i rapporti Stato-Regioni, i quali in seguito sfociarono nella discutibile Riforma del Titolo V, la quale ha revisionato la struttura regionale del nostro Paese, portandolo ad una Repubblica delle regioni autonome, riducendo anche la Corte Costituzionale all’azzeccagarbugli dei conflitti di attribuzione.

La Riforma del 2001 è stata spesso contestata, visto il risultato di rendere disomogeneo il sistema amministrativo, andando – de facto – a derogare il principio di unità ed indivisibilità dell’articolo 5 della Costituzione, per questo venne introdotta la suddivisione amministrativa Regione-Provincia-Comune, infatti la suddetta riforma, prevedeva di concedere maggiore discrezionalità alle Regioni nelle materie riguardante la salute pubblica, pertanto, non possiamo dimenticarci, che già negli anni 90, con la “Riforma bis” è stata lasciata una maggiore libertà alle Regioni nella conduzione del sistema sanitario, che si è tradotta in un’aziendalizzazione dello stesso; ciò ha prodotto una disparità nei trattamenti, poiché ci sono Regioni che offrono servizi migliori e altre che invece non riescono a stare al passo.

Questo gap è stato avvalorato nel 2018, quando Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno inoltrato richiesta formale al Governo di mettere in essere ciò che viene disciplinato dall’articolo 116, comma 3, della Costituzione, ovvero il c.d.  “regionalismo differenziato”.

Tra le  materie citate c’è anche la Sanità in cui  le Regioni desiderano una maggior autonomia in  alcuni aspetti, tra cui: le scuole di specializzazione per i medici, le funzioni della gestione del sistema tariffario la programmazione  degli interventi edili, la gestione dei fondi integrativi, la gestione del personale sanitario.

E’ evidente che la maggiore autonomia richiesta andrà a creare una “frattura”, ancora più forte tra le regioni differenziate e lo Stato Italiano, non solo dal punto di vista di gestione amministrativa e finanziaria ma anche di uguaglianza dell’intero popolo italiano. Questo solco sarà caratterizzato, ad esempio da: una più vasta gamma di specializzazioni del personale medico, maggiori posti letto e attrezzature, solo per citarne alcuni. Tutto ciò sarà possibile non solo con l’investimenti dei soldi di tutti i contribuenti italiani; in quanto le tre Regioni negli accordi preliminari richiedono sia che la gran parte delle entrate delle tasse deve rimanere all’interno di esse ma anche di poter comunque continuare ad usufruire dei fondi perequativi. Quest’ultimi sono costituiti dai contributi di tutta la popolazione, ai sensi dell’art.119 della Costituzione.

La gestione dell’emergenza da COVID-19 ha fatto emergere il gap presenterei sistema sanitario, infatti alcune regioni sono riuscite a far fronte alle ampie richieste di assistenza, anche se con difficoltà, ma comunque riuscendo a garantire standard qualitativi maggiori rispetto ad altre regioni.

L’emergenza sanitaria quindi ci sta mostrando come la salute può diventare una merce e la sanità un bene per pochi, anziché restare quello che è, ovvero un bene comune usufruibile per tutti.  

Francesco Miragliuolo Pietro Rufolo

Tags: sanità pubblica
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