«Lui non ha fatto niente»: gli avvocati denunciano il cortocircuito che trasforma la critica politica in reato di terrorismo
Si è trincerato dietro la facoltà di non rispondere Youssef Siher, il ricercatore trentenne sbattuto nel carcere di San Vittore con l’accusa surreale di terrorismo. L’interrogatorio davanti alla gip Tiziana Landoni si è chiuso nel silenzio, mentre fuori si consuma l’ennesimo attacco giudiziario contro il dissenso. Fermato il 24 ottobre, Youssef Siher è bersaglio di un teorema inquisitorio che brandisce l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi pretendono il carcere duro, agitando lo spauracchio del pericolo di fuga e della reiterazione.
La linea della difesa, portata avanti dagli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, demolisce il castello accusatorio: «Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto». Per i legali il ricercatore deve tornare libero subito.
Ma per i magistrati la colpa di Youssef Siher sarebbe quella di aver usato la rete e il proprio background per canalizzare la rabbia sociale contro il governo Giorgia Meloni. Si criminalizza la solidarietà pro-Palestina, si processa la condivisione di una guida sulla disobbedienza civile e si imputano al giovane persino i commenti scritti da terzi nei canali social. Un clima da caccia alle streghe in cui la Procura milanese tenta di imbavagliare il dissenso radicale, trasformando la critica politica in eversione armata.
Processare la rivoluzione: se la storia finisce sul banco degli imputati
Il caso di Youssef Siher scuote le coscienze e impone una riflessione politica e culturale spietata: dove finisce la libertà di lottare per un mondo diverso e dove comincia la mannaia della repressione di Stato? Se la critica radicale al sistema e l’idea stessa di rovesciare lo status quo diventano reati da codice penale, allora il potere sta dichiarando fuorilegge la storia stessa dell’emancipazione dei popoli oppressi. Applicando questo metro di giudizio repressivo, figure storiche e rivoluzionari fondamentali come Vladimir Lenin o Ernesto Che Guevara, intellettuali rivoluzionari come Herbert Marcuse o leader della lotta all’oppressione come Nelson Mandela sarebbero stati inquisiti, arrestati e sepolti nelle patrie galere come terroristi. Quando la giustizia punta a colpire il pensiero critico e la mobilitazione popolare, a essere sotto processo non è un singolo militante, ma il diritto stesso di lottare per la giustizia sociale.
Ciro Crescentini
