Una vittoria di misura, ma dal peso politico enorme. Il Brasile sceglie la strada della sovranità e della riconciliazione, mentre le pressioni di Washington mostrano tutti i loro limiti. Per l’America Latina si apre una nuova partita contro l’offensiva reazionaria
Il Brasile non si piega. E il messaggio che arriva dalle urne va ben oltre i confini nazionali: nessuna potenza straniera può arrogarsi il diritto di decidere il destino politico dell’America Latina. Luiz Inácio Lula da Silva conquista la presidenza con il 51,79% dei voti, superando Flávio Bolsonaro, fermo al 48,21%. Una distanza di poco più di quattro milioni di preferenze, sufficiente a infliggere una battuta d’arresto all’estrema destra e alle ambizioni di chi puntava a trasformare il Paese nel principale avamposto della strategia trumpiana nella regione.
Il risultato racconta un Brasile attraversato da profonde fratture sociali e politiche. Lula consolida il proprio consenso soprattutto nel Nordest, con risultati particolarmente significativi in Piauí e Bahia. Dall’altra parte, il fronte conservatore dimostra di conservare una base elettorale consistente. La partita, dunque, non è chiusa: la vittoria progressista dovrà tradursi in risposte concrete per milioni di cittadini, a partire dal lavoro, dal costo della vita e dalla riduzione delle disuguaglianze.
Ma il significato politico del voto è inequivocabile. «Non esistono due Brasile», afferma Lula, invitando il Paese a ricomporsi e a «abbassare le armi». Un appello alla riconciliazione che non cancella, tuttavia, la denuncia delle interferenze esterne e della disinformazione che hanno accompagnato la campagna elettorale. Perché la sovranità popolare non può essere proclamata a parole e poi sacrificata agli interessi geopolitici delle grandi potenze.
La partita con Washington
La Casa Bianca si trova davanti a un problema politico ed economico. Le pressioni commerciali statunitensi, dai dazi sui prodotti brasiliani alle tariffe su acciaio e alluminio, puntavano a condizionare i rapporti di forza. Ma la leva economica non garantisce automaticamente obbedienza politica. E se le accuse di irregolarità rilanciate da Donald Trump non si traducono in contestazioni sostenute da prove e riconosciute dalle autorità competenti, rischiano soltanto di alimentare la sfiducia nelle istituzioni democratiche.
Una diga contro la destra radicale
La vittoria di Lula rappresenta anche un segnale per i governi progressisti della regione, dal Messico agli altri Paesi intenzionati a difendere margini autonomi di politica estera. Gli analisti vedono nella conferma del presidente brasiliano un possibile argine all’avanzata reazionaria e un’occasione per rafforzare la cooperazione latinoamericana senza subordinarsi a Washington.
La sfida, adesso, è trasformare il risultato elettorale in un progetto comune: sviluppo, giustizia sociale, autonomia energetica e sicurezza regionale costruita attraverso il dialogo, non attraverso imposizioni esterne.
Lula ha vinto alle urne, ma la battaglia politica continua. Perché una democrazia non si difende soltanto contando i voti: si difende impedendo che il potere economico, la propaganda e le pressioni internazionali svuotino la libertà di scegliere. Il Brasile ha mandato un messaggio chiaro. Ora dovrà dimostrare che un’altra strada è possibile.
Alessandro Manna
