Ospedali, scuole e quartieri civili colpiti mentre il presidente celebra il massacro
L’offensiva contro l’Iran segna un passaggio senza precedenti nella storia contemporanea della politica internazionale. A guidarla sono stati il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che hanno rivendicato pubblicamente l’operazione come un successo strategico. Ma è fondamentale chiarire un fatto incontestabile: l’Iran non appariva come aggressore. Secondo quanto riferito da funzionari del Pentagono, non vi erano evidenze di un attacco imminente da parte di Teheran contro gli Stati Uniti. In questo contesto, l’Iran è un Paese aggredito.
Nel corso di un’intervista televisiva, Donald Trump ha dichiarato «Li stiamo massacrando. Penso che stia andando molto bene» e ancora «Non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente, la grande ondata non si è ancora verificata. Arriverà presto». Un linguaggio crudo, che non lascia spazio a mediazioni diplomatiche e trasforma la guerra in trionfo annunciato, una spettacolarizzazione della violenza senza precedenti.
L’attacco del 28 febbraio ha colpito all’alba la residenza della Guida Suprema Ali Khamenei durante una riunione di alto livello, provocando la morte di membri centrali del regime e della famiglia. Non si è trattato solo di eliminare vertici politici: bombe e missili hanno colpito quartieri civili, ospedali, scuole e abitazioni, seminando terrore tra la popolazione. Le bombe portano il marchio congiunto di Stati Uniti e Israele, ma per chi le subisce rappresentano solo distruzione e morte.
Dal punto di vista giuridico, la situazione è altrettanto grave. Se non vi era una minaccia imminente, l’azione militare contro uno Stato sovrano costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Diversi giuristi parlano apertamente di possibile “atto di aggressione”, una delle violazioni più gravi del diritto internazionale contemporaneo. Colpire infrastrutture civili e aree urbane amplifica ulteriormente la gravità dell’azione, configurando responsabilità estremamente serie secondo il diritto umanitario.
L’effetto pratico dell’offensiva è anche politico: le bombe non stanno portando “liberazione” interna. Al contrario, stanno alimentando rabbia e compattamento. La popolazione iraniana, pur criticando il proprio governo, percepisce l’attacco come aggressione esterna. Le strade non si riempiono di manifestanti contro il regime: si stringono attorno alla bandiera nazionale, condannando Stati Uniti e Israele per la distruzione che piove sui loro quartieri.
Ciò che rende questa fase senza precedenti non è solo l’uso della forza, ma la rivendicazione pubblica di tale violenza. Parlare di «massacro» come di un risultato positivo trasforma la guerra in un prodotto politico, e normalizza l’uso della violenza come strumento di potere. Quando un Paese sovrano viene colpito senza aver minacciato o attaccato, non si tratta di deterrenza o difesa: si tratta di aggressione unilaterale.
L’episodio segna uno spartiacque nella politica internazionale: un’azione militare massiccia contro un Paese aggredito, rivendicata con linguaggio trionfale, che lascia profonde implicazioni legali, morali e geopolitiche. La responsabilità politica di Donald Trump e Benjamin Netanyahu viene considerata da molti osservatori estrema e senza precedenti, e l’ombra della violazione del diritto internazionale resta pesante.
Ciro Crescentini

