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Treno Alta Velocità Parigi Lione, muove solo grandi interessi e poca occupazione

Redazione by Redazione
12 Febbraio 2019
in Attualità, Notizie correlate
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 Non sono previste penali in caso di risoluzione del contratto

La realizzazione della Treno Alta Velocità Parigi-Lione comporterà ”uno spreco di soldi pubblici con pochi precedenti nella storia italiana. Nel migliore dei casi si arriva a un effetto negativo (sbilancio tra costi-benefici di 5,7 miliardi, nel peggiore si sfiorano gli 8 miliardi; in quello ”realistico” si arriva a 7 miliardi tondi’‘. E’ quanto emerge dall’analisi costi benefici commissionata dal Mie ed elaborata dagli esperti guidati dal professor Marco Ponti.  Ponti e colleghi -si legge nel rapporto- utilizzano due scenari: nel primo scenario si assume che il traffico merci ferroviario fra Torino e Lione (oggi fermo ai livelli del 2004 e inferiore a 20 anni fa) si moltiplicherebbe di 25 volte, passando dai 2,7 milioni di tonnellate annue del 2017 ai 51,8 del 2059; i passeggeri diurni sui percorsi internazionali passerebbero invece da 0,7 a 4,6 milioni e quelli regionali raddoppierebbero dagli 4,1 a 8 milioni all’anno. Questo miracolo avverrebbe grazie allo ”spostamento modale” dalla strada (e dall’aereo per i passeggeri) alla ferrovia che sarebbe innescato dall’opera. Si basa su tre assunti considerati ”inverosimili” dagli esperti : un tasso di crescita dei flussi del 2,5% annuo; che la nuova linea ferroviaria acquisisca un flusso pari al 18% di quanto oggi transita via Svizzera (Sempione e Gottardo), al 30% dei flussi stradali che transitano al confine di Ventimiglia – distante 200 chilometri -al 55% di quelli del traforo del Fréjus e al 40% di quelli del Monte Bianco. Nonostante i numeri stellari, l’analisi di redditività dei tecnici risulta assai negativa. Con riferimento ai costi ”a finire”, cioè escludendo gli 1,4 miliardi già spesi in studi, scavi geognostici e progetti, il Valore attuale netto economico dell’investimento (Vane) risulta negativo per 7.805 milioni di euro; quello a costo completo arriva a -8.760 milioni.

Nel secondo scenario le stime vengono rese più realistiche. Il tasso di crescita dei flussi si riduce all’1,5% annuo, si assume che per le merci lo spostamento da strada a ferrovia non interessi i segmenti di percorso più lontani dal tunnel e che la domanda generata per il segmento di lunga percorrenza sia pari al 50% di quella esistente (invece del 218%) e quella dei passeggeri regionali al 25% (invece del 50%). Il risultato è di un Vane negativo: -6.995 milioni considerando i costi ”a finire’‘e -7.949 milioni qualora si faccia riferimento al costo intero. Senza la tratta nazionale si passa a -6.138 milioni e -7.093 milioni. L’analisi tecnico-giuridica – anticipata da Il Fatto Quotidiano- arriva, nello scenario peggiore, a quantificare costi per circa 1,7 miliardi. I numeri arrivano tutti dal costruttore italo-francese Telt: dai 135 ai 405 milioni per rescindere i contratti già firmati per servizi di ingegneria e lavori; da 16 a 81 milioni come ”penalità” per la violazione del Grant Agreement del 2015 che disciplina i finanziamenti dell’opera, anche quelli Ue; 400 milioni in caso di ”integrale rivalsa’‘ della Francia sui costi già sostenuti; 535 milioni di fondi già versati dall’Unione europea dal 2001 al 2015; altri 682 milioni che Bruxelles non verserà all’Italia visto che non farà l’opera, di questi, 297 sono destinati alla Francia e per questo Parigi potrebbe ”avanzare pretese risarcitorie”, anche se l’analisi spiega che difficilmente la pretesa ”raggiungerebbe l’intero ammontare”. A conti fatti- scrive il Fatto- si arriva a un massimo di 1,7 miliardi nel peggiore dei casi, nel migliore di 1,3, anche se il dossier ammette che si tratta di ipotesi ”ipotetiche ”, seppur ”prudenziali”. Il conto preciso, infatti, non lo sa nessuno. Grandi gare d’appalto per i lavori del tunnel non sono state ancora bandite (Toninelli le ha congelate in accordo con Parigi), il Grant agreemen prevede che ”nessuna delle parti è autorizzata a chiedere un risarcimento in caso di risoluzione dell’opera da parte di uno dei contraenti”; e che l’Ue chieda indietro i fondi spesi è un’ipotesi considerata remota anche a Bruxelles.

Nell’eventualità, considerata nello scenario peggiore, della rivalsa relativa alla parte di costi sostenuti dalla Francia per la parte delle indagini, si legge ancora, “la somma ammonta a circa 400 milioni di euro; tuttavia, essendo tale cifra l’equivalente dell’intera somma utilizzata, è lecito ipotizzare che la pretesa risarcitoria legittima difficilmente raggiungerebbe l’intero ammontare”. I fondi già versati dall’Unione europea che potrebbero essere richiesti in restituzione, si legge ancora, “ammontano alla data odierna a 535 milioni di euro, di cui 404 erogati sulla base delle decisioni adottate nel periodo 2001-2015 e 131 a valere sul Grant Agreement; anche in questo caso tale cifra rappresenta il massimo ipotizzabile in relazione a tutte le variabili da considerare”. Per ciò che riguarda, infine, le somme non ancora ricevute in base al Grant Agreement, si sottolinea, “297 milioni di euro circa costituiscono la quota spettante alla Francia non ancora erogata; in relazione alla sua mancata percezione potrebbero essere avanzate pretese risarcitorie: anche in questo caso la somma indicata costituisce il limite massimo, difficilmente raggiungibile in considerazione del fatto che esse non costituirebbero la contropartita di opere realizzate per le quali sarebbe ipotizzabile un costo”. L’analisi costi benefici sulla Tav commissionata dal ministero per le Infrastrutture e i Trasporti non è stata sottoscritta da tutti i sei componenti della commissione nominata dal Ministro M5s Danilo Toninelli: uno di loro Pierluigi Coppola non l’ha firmata. D’accordo invece gli altri: il coordinatore Marco Guido Ponti, Paolo Beria, Alfredo Drufuca, Riccardo Parolin, Francesco Ramella. È quanto si apprende da fonti parlamentari. Domani mercoledì 13 febbraio, alle 9, intanto il professor Ponti, svolgerà un’audizione in commissione Trasporti della Camera proprio sull’analisi costi-benefici per la realizzazione dell’asse ferroviario Torino-Lione.

 

Occupazione, esagerano con i numeri –  I “4mila posti di lavoro”? Sono 476 in media per 10 anni.  Va precisato però, giacché quasi nessuno lo fa, che i 4 mila posti previsti  sono in realtà spalmati in dieci anni con un picco nel 2022-2023 rispettivamente di 756 e 722 addetti e poi il calo fino ai 104 del 2029 (scarica la tabella con andamento occupazionale). La media per anno è di 476 posti e questo dato più correttamente rende meglio il peso reale della “questione occupazionale” diretta.

 

Il Movimento 5 Stelle: “Non ha senso dare il via a quest’ora” – “Il Tav Torino-Lione reca benefici insignificanti a fronte di costi esorbitanti. In queste condizioni non ha senso dare il via a quest’opera. È scritto nero su bianco nell’analisi costi-benefici consegnata oggi dal ministero dei Trasporti: per essere sostenibile, sulla tratta dovrebbe esserci un traffico merci almeno 25 volte superiore. E non dimentichiamo che sull’altro piatto della bilancia c’e’ uno spreco di circa 8 miliardi di euro dei cittadini. Leggere poi che i vantaggi ambientali dovuti allo spostamento del traffico su gomma sono irrisori, a fronte di un rischio ambientale enorme per i cantieri per la realizzazione dell’opera, fuga ogni dubbio”. Lo dichiara in una nota Davide Serritella, portavoce piemontese del MoVimento 5 Stelle in Commissione Trasporti alla Camera dei deputati. “Oggi sentiamo il commissario Foietta, nominato dal Pd, che attacca lo studio senza averlo letto nel dettaglio. Anche lui si arrampica sugli specchi per tenere in piedi le analisi irrealistiche e’ volutamente gonfiate fatte in questi anni, che servivano a giustificare un’opera che muoveva grandi interessi di una certa èlite. Questi signori smetteranno presto di lucrare sulla pelle degli italiani. Questo incredibile sperpero di soldi pubblici sara’ bloccato senza appello e a beneficiarne saranno prima di tutti i cittadini e i territori circostanti”, puntualizza.

“La posizione del M5s su Tav è nota da anni. Oggi i numeri confermano ciò che abbiamo sempre sostenuto: quest’opera per quello che costa ha una convenienza pressoché nulla. Portare avanti una linea che lo studio ci dice essere ormai obsoleta e per niente redditizia sarebbe un errore politico micidiale”. Lo affermano, in una nota congiunta, i senatori della commissione Lavori Pubblici e Trasporti del Senato Gabriella Di Girolamo, Giulia Lupo, Sabrina Ricciardi, Emanuele Dessì, Giorgio Fede, Agostino Santillo, Mauro Coltorti e Stefano Patuanelli. “Ora ci auguriamo – proseguono – che il Governo faccia le sue valutazioni: l’Italia ha bisogno di infrastrutture per essere competitiva, è vero. Non necessita però di sperperi abnormi come sarebbe la Tav se venisse portata avanti. Il buon senso deve prevalere: spendere tutti quei soldi per flussi di merci così esigui è uno sfregio ai cittadini e un furto alle casse del paese. Dobbiamo essere responsabili, e avere il coraggio di dire addio a un progetto infelice e inutile. La via da intraprendere è una sola”.

Tags: Marco PontiNoTav
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