Il direttore del Fatto cita il caso del referendum come esempio di comunicazione efficace
Nel dibattito politico televisivo ospitato a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha rivolto una critica piuttosto netta allo stato di salute del campo progressista, soffermandosi soprattutto sulle sue difficoltà nel ricostruire un rapporto con gli elettori più distanti.
Secondo Travaglio, una parte del centrosinistra sarebbe ancora troppo concentrata su equilibri interni e figure politiche controverse, invece che sulla costruzione di una proposta chiara e riconoscibile. «Ultimamente sembra che per il centrosinistra il problema principale sia trovare un posto sicuro a Renzi», ha osservato, aggiungendo che un’impostazione di questo tipo non sarebbe in grado di riaccendere l’entusiasmo di chi ha scelto l’astensione nelle ultime tornate elettorali.
Nel ragionamento del giornalista, il cosiddetto “campo largo” rischia di apparire come un progetto più tattico che politico, poco capace di parlare a chi, pur partecipando a consultazioni come il referendum sulla giustizia, resta poi lontano dalle elezioni politiche. L’idea di un’alleanza costruita solo su geometrie e sommatorie di partiti viene quindi giudicata insufficiente a produrre mobilitazione.
Interpellato sul tema delle alleanze, in particolare sull’osservazione della conduttrice Lilli Gruber secondo cui senza il centro il centrosinistra non avrebbe chance di vittoria, Travaglio ha spostato il focus dalla matematica politica ai contenuti. A suo avviso, ciò che manca è una proposta percepita come coerente e comprensibile. «La gente si aspetta qualcuno che parla chiaro, che dice delle cose chiare e che poi le fa», ha affermato, sostenendo che la priorità dovrebbe essere la chiarezza più che l’ampiezza delle coalizioni.
Il direttore del Fatto ha poi criticato anche l’espressione “campo largo”, definendola poco efficace sul piano comunicativo. In questa prospettiva, ha sostenuto che il problema non sia tanto la collocazione politica quanto la capacità di formulare pochi obiettivi riconoscibili e costanti nel tempo, indipendentemente dalle tradizionali etichette ideologiche.
Per rafforzare la sua analisi, Travaglio ha richiamato anche il recente referendum sulla giustizia, sottolineando come una quota significativa di elettori abitualmente astensionisti si sia comunque recata alle urne. Il motivo, secondo lui, sarebbe la maggiore semplicità della comunicazione del quesito rispetto al linguaggio spesso complesso della politica ordinaria.
In questo contesto è stato citato anche il magistrato Nicola Gratteri come esempio di comunicazione efficace e immediata. «È uno che parla chiaro, perché fa cose chiare, ha le idee chiare e quindi quando parla si capisce e si capisce che crede a quello che dice e che di solito poi, quando una cosa la dice, cerca di farla», ha dichiarato Travaglio, sottolineandone la capacità di risultare comprensibile e coerente al di là degli schieramenti tradizionali.
Infine, il giornalista ha concluso il suo ragionamento indicando la necessità di un cambio di linguaggio e approccio per il centrosinistra. L’idea centrale è quella di una “radicalità” intesa non come estremismo, ma come chiarezza espressiva e progettuale. «Credo che serva radicalità soprattutto – conclude – abbandonando un po’ un linguaggio polveroso che appartiene al Novecento, che ha avuto una splendida storia ma che adesso è usurato e logoro. Richiede anche parole nuove, linguaggi nuovi».
Ciro Crescentini

