Manganelli, lacrimogeni e feriti nascosti, raccontati da chi era sul posto
Ieri sera, verso la chiusura del giornale, il lavoro intenso non ha impedito alla giornalista freelance Rita Rapisardi di assistere a un episodio diventato in poche ore virale: la vicenda del “poliziotto martellato”. Secondo quanto riportato dalla giornalista con un post su Facebook, il video che ha fatto il giro dei social e delle testate giornalistiche è stato rilanciato da Giorgia Meloni tramite Twitter, partendo da un filmato originariamente realizzato da un collega di Torino, non citato con il logo rimosso.
“La notizia in poco tempo diventa quella principale. Oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione”, scrive Rapisardi, che sottolinea la discrepanza tra la rapidità della diffusione del video e il contesto reale dell’accaduto.
La giornalista racconta di aver assistito alla scena da vicino, a cinque metri di distanza, più vicina del videomaker presente sul posto. Gli scontri, secondo la sua testimonianza, stavano volgendo al termine: i manifestanti si erano ritirati da Corso Regina, in particolare dalla zona di Askatasuna, e cercavano di sfuggire verso il lungo Dora passando attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. “Migliaia di persone si sono riversate in quello spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni”.
Rapisardi descrive il contesto in Corso Regina come ormai quasi deserto, con pochi manifestanti rimasti sul posto. La giornalista racconta di essere stata colpita indirettamente dai lacrimogeni e di essersi ritrovata a dover nascondersi tra le auto per evitare di essere presa di mira: “Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto”.
La scena che ha reso virale il video riguarda uno degli agenti di polizia, seguito da Rapisardi in prima persona: “Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare ‘stampa’, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello)”.
La giornalista sottolinea che la squadra di agenti non interviene per proteggere il collega caduto, ma che alla fine il poliziotto viene recuperato da un altro agente e portato via. “Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla: ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.
Rapisardi invita i lettori a riflettere sulla percezione dei video: “Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo ‘il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato’”.
La giornalista ricorda che episodi di violenza durante la manifestazione sono stati numerosi e non sempre visibili nei video diventati virali: “Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce”.
Infine, Rapisardi conclude la sua testimonianza: “Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì”.
Questa testimonianza offre uno sguardo diretto e dettagliato su quanto accaduto durante gli scontri a Torino, sottolineando l’importanza di contestualizzare i video prima di trarne conclusioni.
Red
