La Procura di Milano indaga su paghe sotto la soglia di povertà e algoritmo che controlla i rider. I sindacati: “Modello fondato sullo sfruttamento”.
La Procura di Milano torna a puntare i riflettori sul lavoro nelle piattaforme digitali e dispone il controllo giudiziario d’urgenza per Deliveroo Italy, ipotizzando il reato di caporalato aggravato. Nel registro degli indagati finiscono la società – controllata dalla britannica Roofoods Ltd – e il suo amministratore unico Andrea Zocchi.
L’iniziativa giudiziaria arriva a poche settimane dal provvedimento analogo adottato nei confronti di Glovo, confermando un filone investigativo che a Milano prende di mira quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”.
L’inchiesta: paghe basse e controllo costante
Al centro degli accertamenti coordinati dal pubblico ministero Paolo Storari ci sono le condizioni di lavoro di migliaia di rider: circa 3mila nell’area milanese e 20mila in tutta Italia.
Secondo la Procura, una parte rilevante dei ciclofattorini – formalmente titolari di partita Iva – percepirebbe compensi non proporzionati alla quantità e qualità del lavoro svolto. Le consegne sarebbero pagate mediamente tra i 3 e i 4 euro lordi, senza indennità automatiche per attese o spese vive, con criteri di calcolo definiti dall’algoritmo della piattaforma e ritenuti poco trasparenti.
Su un campione di rider ascoltati come testimoni, la maggioranza avrebbe dichiarato redditi annui netti inferiori alla soglia di povertà. Il confronto con il contratto collettivo nazionale della Logistica evidenzierebbe scostamenti significativi rispetto ai minimi previsti.
Molti lavoratori avrebbero riferito di percorrere fino a 50-60 chilometri al giorno per compensi mensili che raramente superano, al lordo delle imposte, i 1.100 euro, senza tredicesima, quattordicesima, Tfr o coperture in caso di malattia e assenza.
L’algoritmo sotto accusa
Uno degli aspetti centrali dell’indagine riguarda il funzionamento dell’applicazione utilizzata dai rider per lavorare. Secondo la consulenza tecnica acquisita agli atti, la piattaforma sarebbe in grado di monitorare in modo continuativo: identità del rider e mezzo utilizzato; ordini accettati o rifiutati; cronologia dei pagamenti; posizione Gps; velocità di percorrenza; livello di batteria del dispositivo; soste, deviazioni e traiettorie.
Per gli inquirenti, non si tratterebbe di un semplice strumento organizzativo, ma di un sistema capace di misurare performance e produttività, incidendo sull’assegnazione delle consegne e quindi sulle possibilità di guadagno. In questa prospettiva, l’attività dei rider non configurerebbe una vera autonomia imprenditoriale, bensì una prestazione etero-organizzata, dove è la piattaforma a determinare tempi, modalità operative e continuità del lavoro attraverso metriche reputazionali e indicatori di affidabilità.
Le accuse e la responsabilità dell’ente
L’ipotesi di reato è quella di caporalato aggravato: secondo la Procura, l’impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento e l’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori sarebbero avvenuti nell’interesse e a vantaggio della società. A Deliveroo viene contestata anche la responsabilità amministrativa degli enti, per presunti modelli organizzativi ritenuti non adeguati a prevenire situazioni di sfruttamento.
Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano e dovrà essere convalidato dal giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi.
La regolarizzazione dei rider
Tra i compiti dell’amministratore giudiziario nominato dalla Procura, l’avvocato Jean Paule Castagno, vi è quello di procedere alla regolarizzazione dei rider attivi al momento dell’avvio dell’indagine e di verificare l’adeguamento delle condizioni lavorative alle norme vigenti. Il mandato comprende anche la revisione degli assetti organizzativi per prevenire il ripetersi di condotte considerate illecite.
I rapporti con le grandi catene
Parallelamente, la Procura ha notificato richieste di documentazione a diverse aziende clienti della piattaforma per valutare l’idoneità dei loro modelli organizzativi a prevenire il rischio di sfruttamento nella filiera delle consegne. Tra le società coinvolte figurano McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e KFC. Le aziende non risultano indagate, ma dovranno esibire organigrammi, sistemi di controllo interno, modelli 231 e documentazione relativa alla gestione dei fornitori.
Le reazioni sindacali
Il sindacato USB parla di “fallimento strutturale del modello industriale delle piattaforme”, denunciando paghe insufficienti e una classificazione dei rider come autonomi considerata impropria. Anche il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, sottolinea la necessità di garantire un salario dignitoso e l’applicazione di un contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Per le organizzazioni sindacali, il lavoro su piattaforma non può restare una “zona grigia” priva di tutele, soprattutto per quei rider che svolgono l’attività come fonte principale di reddito.
Un modello in discussione
L’indagine milanese riapre il dibattito sul confine tra autonomia e subordinazione nel lavoro digitale. Secondo l’accusa, quando l’algoritmo governa in modo stringente tempi, modalità e continuità della prestazione, la qualificazione come lavoro autonomo rischia di diventare solo formale.
Il controllo giudiziario rappresenta una misura preventiva, non una condanna. Saranno i successivi sviluppi processuali a stabilire eventuali responsabilità. Nel frattempo, il caso segna un nuovo capitolo nello scontro tra magistratura, piattaforme e sindacati sul futuro del lavoro nel settore del food delivery in Italia.
Ciro Crescentini
