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Referendum 29 marzo, la democrazia è inderogabile

Redazione by Redazione
19 Febbraio 2020
in Attualità
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Riceviamo e pubblichiamo

Il prossimo 29 marzo si voterà per confermare il taglio dei parlamentari oppure per mantenere i numeri attuali, che vedono il Parlamento composto da 630 deputati e 315 senatori.

Molti ritengono scontato l’esito referendario, eppure sono pochi i cittadini a chiedersi cosa potrebbe accadere nella sostanza se venisse approvata la riforma a firma dell’ex ministro per le riforme costituzionali Riccardo Fraccaro.

Nel suo discorso di insediamento come primo Presidente dell’Assemblea Costituente, Giuseppe Saragat sottolineava di come la democrazia non sia un qualcosa di derogabile, bensì un’armonica unione di pesi e contrappesi, in cui ogni organo svolge un ruolo essenziale nel bilanciare la Repubblica; del resto l’articolo uno della Costituzione stessa, così come voluto da Aldo Moro, ci racconta questo che la nostra  “ è una Repubblica democratica” perché votata e soprattutto perché ogni la sovranità è esercitata nei limiti imposti dalla Costituzione proprio a sottolineare quell’armonia tra l’attribuzione del potere e la sua contestuale delimitazione.

Scendendo più nel dettaglio, possiamo capire cosa è prevede la riforma:

  • i deputati diventerebbero 400;
  • i senatori scenderebbero a 200;

Per chi non mastica il diritto costituzionale o il diritto in generale, tutto sembrerebbe una questione meramente numerica, eppure i numeri hanno la loro sostanza e garanzia della stabilità. Lasciando invariato il metodo di ripartizione del senato, ovvero su base regionale, rischieremmo che regioni a densità demografica pressoché identica abbiamo un numero di rappresentanti diverso, una palese violazione del principio di uguaglianza formale a mio parere sennonché una ovvia compressione del diritto di rappresentanza.

Questo unito al c.d. regionalismo differenziato potrebbe arrecare un danno enorme al Meridione, poiché potrebbe accadere che la Campania abbia meno rappresentanti del Lazio, per esempio.

Molti dirigenti politici ed illustri “statisti” riducono tutto alla legge elettorale che però non può ovviare al problema, nemmeno inquadrato dai predetti dirigenti, poiché loro legano la legge elettorale ala governabilità, anche se la storia ci insegna che fin a un certo punto il sistema elettorale, visto che con proporzionale e maggioritario, i governi cadevano lo stesso, a riprova  che il problema è l’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo, oltretutto il sistema proporzionale è quello più adatto e rispettoso delle maggioranze previste dalla Carta Costituzionale.

La situazione diventerebbe preoccupante se il Partito Democratici si piegherà al diktat grillino sull’abolizione del divieto di mandato imperativo fortemente richiesta dal MoVimento 5 Stelle, così come ribadito da molti esponenti del partito stesso.

Se dovesse passare la linea pentastellata, avremmo una involuzione de facto della forma di Stato, poiché torneremmo ad uno Stato liberale, dove i partiti sono ridotti a circoli elettorali e vista anche la composizione del Parlamento, rischieremmo di ricreare una democrazia elitaria lega ad interessi precisi ovvero la rielezione e non il bene del Paese.

In poche parola il Parlamentare non rappresenterebbe già la nazione tutta, ma solo chi materialmente lo elegge, o meglio quel territorio e quindi sarebbe ancora di più sospinto a curare il proprio orticello di voti, amplificando un ideologico “voto di scambio”.

La democrazia non è un optional, non la si può comprimere per dare spazio a modelli nazional-populisti che guardano alla pancia ma non hanno soluzioni che guardino al futuro, attraverso la costruzione di un presente concreto.

In tal senso occorre ridare dignità al Parlamento poiché è l’organo eletto direttamente dai cittadini, specchio della società, e per questo cuore pulsante della Repubblica Italiana.

Bisogna si affrontare la questione delle revisioni costituzionali, ma attraverso un’attuazione di quella Carta che altro non è che il DNA del nostro Stato.

La classe dirigente dovrebbe ragionare su una totale modifica della legge n. 400/1988, cercando di circoscrivere l’abuso dei decreti legge e delle questioni di fiducia, occorrerebbe inserire in Costituzione anche nuove tipologie di referendum, uno strumento di democrazia partecipativa tanto caro a Leopoldo Elia.

Oltretutto è necessario revisionare totalmente il Titolo V e porre l’obbligo di discussione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

Anche la nostra Repubblica è composta da organi vitali, il Parlamento è il nostro cuore e il Governo il nostro cervello, così come Lelio Basso tenne a ricordare in Costituente, pertanto è opportuno favorire un’armonia e un equilibrio naturale fra questi due organi che hanno grandi ripercussioni all’interno della vita quotidiana dei cittadini.

E’ impensabile lasciare questo peso sulle sole spalle del Capo dello Stato, seppur questo compito gli è attributo dall’articolo 87 della Costituzione, ma dobbiamo inquadrare la Repubblica come una comunità, un’insieme di persone che cooperano affinché la pacifica convivenza alla base della logica deontica della legge, possa trovare attuazione nel concreto.

Proprio per questo ritorno da dove sono partito, ovvero nel ricordare le parole del Presidente Saragat: “Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste, dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide”.

Proprio per questo il prossimo 29 marzo voterò ancora una volta convitamente no, ma il mio non sarà un “no” al Governo, ma un sì alla salvaguardia della democrazia che passa anche per alcuni numeri sterili nella forma ma importanti nella sostanza.  

Francesco Miragliuolo

Tags: referendum 29 marzo
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