l Guardasigilli ipotizza nuovi spazi detentivi per i minorenni. Una scelta che riaccende lo scontro politico sul carcere come risposta alla marginalità sociale
Di fronte alla rabbia dei giovani, Carlo Nordio riesce a immaginare soprattutto nuove celle. Non politiche sociali, non investimenti nell’istruzione, non sostegno alle famiglie, non percorsi di recupero. Carcere. È questa la ricetta che il ministro della Giustizia mette sul tavolo per affrontare il disagio giovanile, come se una generazione in difficoltà fosse soltanto un problema di ordine pubblico da risolvere dietro le sbarre.
Dopo gli scontri di Milano, il Guardasigilli annuncia che il governo valuta di ampliare gli istituti penitenziari minorili e persino di destinare ai ragazzi alcuni settori delle carceri per adulti. «Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti», dichiara. Parole che inquietano, perché arrivano da chi dovrebbe garantire una giustizia capace di distinguere la punizione dalla rieducazione.
Certo, la violenza non si giustifica e chi commette reati deve risponderne. Ma trasformare il carcere nella risposta privilegiata ai problemi dei più giovani significa rinunciare a comprendere le cause del disagio. Significa ignorare precarietà, disuguaglianze, mancanza di opportunità e un futuro che per troppi ragazzi appare irraggiungibile.
Il ministro parla di «ampliare la capienza delle carceri giovanili», mentre migliaia di giovani faticano a trovare una casa, un lavoro dignitoso e un posto nella società. È più facile costruire spazi per rinchiuderli che costruire occasioni per aiutarli a crescere?
Non a caso Giuseppe Conte ha chiesto le dimissioni di Nordio, mentre il Partito Democratico ha denunciato una politica che preferisce la cella al recupero. Uno Stato autorevole non è quello che minaccia i ragazzi con più carcere.
Ciro Crescentini

