Napoli, nuova denuncia di COBAS e USB: contestato il rinvio del servizio di lavanderia per gli addetti alle pulizie e alla sanificazione. Chiesto l’intervento urgente della direzione ospedaliera e degli organi di vigilanza
Lavorare ogni giorno nei reparti di un ospedale e poi tornare a casa con la divisa da lavare nella propria lavatrice. È questa la situazione denunciata dai sindacati COBAS Lavoro Privato e USB Lavoro Privato Campania per i lavoratori impiegati nell’appalto delle pulizie e della sanificazione presso l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori «G. Pascale» di Napoli.
Al centro della vicenda c’è il mancato avvio, secondo quanto denunciato dalle organizzazioni sindacali, del servizio aziendale di lavaggio delle divise e dei dispositivi di protezione individuale (DPI). Un servizio che, stando agli impegni richiamati dai rappresentanti dei lavoratori, avrebbe dovuto partire il 1° novembre 2026, ma la cui attivazione sarebbe stata rimandata dalla società CSG Facility.
Una situazione che ha fatto nuovamente salire la tensione tra i lavoratori, ormai determinati a chiedere una soluzione definitiva. «Non siamo disposti a trasformare le nostre case in lavanderie dell’ospedale. La divisa utilizzata durante il servizio deve essere gestita in condizioni di sicurezza, senza scaricare sui lavoratori e sulle loro famiglie responsabilità e costi che devono essere affrontati dall’azienda», è il senso della protesta promossa da COBAS e USB.
Un euro e cinquanta per lavare la divisa: è scontro
La questione ruota anche attorno a un accordo del 2022 che, secondo la documentazione richiamata dai sindacati, prevedeva un’indennità di 1,50 euro per la gestione domestica del lavaggio delle divise. Una cifra che COBAS e USB giudicano insufficiente e inaccettabile, sia per i costi sostenuti dalle famiglie sia, soprattutto, per le implicazioni legate all’igiene e alla sicurezza.
Detersivi, energia elettrica, acqua e tempo impiegato per il lavaggio rappresentano soltanto una parte del problema. Il punto più delicato, sostengono i rappresentanti dei lavoratori, riguarda la necessità di evitare che gli indumenti utilizzati negli ambienti sanitari vengano portati nelle abitazioni e trattati senza procedure adeguate al rischio.
La posizione dei sindacati è netta: i lavoratori non intendono più accettare il lavaggio domestico delle divise né l’indennità prevista per questa pratica. «Non è una questione di pochi centesimi in busta paga. È una questione di salute, dignità e sicurezza. Non si può pensare di risolvere un problema organizzativo con un’indennità simbolica, lasciando che siano i dipendenti a occuparsi degli indumenti utilizzati sul posto di lavoro», è la contestazione che emerge dalla vertenza.
La normativa sulla sicurezza finisce al centro della vertenza
COBAS e USB richiamano gli articoli 15 e 77 del decreto legislativo 81/2008, chiedendo che siano rispettati gli obblighi di prevenzione e protezione previsti dalla normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Le organizzazioni sindacali contestano il ricorso al lavaggio domestico e chiedono che la gestione delle divise e dei DPI avvenga attraverso un servizio aziendale organizzato, con procedure adeguate alle caratteristiche dell’attività svolta all’interno dell’ospedale.
La richiesta è rivolta non soltanto alla società che gestisce l’appalto, ma anche alla direzione dell’IRCCS Pascale, chiamata dai sindacati a intervenire affinché vengano chiarite le responsabilità e garantito il rispetto delle misure di sicurezza. «Chi lavora per garantire la pulizia e la sanificazione di un ospedale deve poter contare su condizioni di lavoro sicure. La tutela della salute non può fermarsi alla porta del reparto e diventare un problema da risolvere tra le mura domestiche», è il messaggio lanciato dai promotori della protesta.
Il servizio doveva partire il 1° novembre: perché il rinvio?
La data del 1° novembre è diventata il nuovo punto di scontro. Secondo quanto riferito da COBAS e USB, la direzione amministrativa dell’ospedale avrebbe manifestato la disponibilità a sostenere economicamente l’attivazione del servizio interno di lavaggio da parte della società CSG Facility.
I sindacati sostengono inoltre che, dopo le interlocuzioni con la direzione amministrativa, erano maturate aspettative precise sull’avvio del servizio. Il 28 ottobre, tuttavia, sarebbe arrivata una comunicazione firmata dal presidente di CSG Facility, Massimo Stronati, con la quale, secondo la ricostruzione sindacale, l’azienda avrebbe comunicato l’intenzione di rinviare l’attivazione.
Una notizia che ha provocato nuove proteste tra i lavoratori, convinti che l’ennesimo slittamento rischi di prolungare una situazione che considerano ormai insostenibile. «Prima si parla di avvio del servizio, poi, a pochi giorni dalla data prevista, arriva il rinvio. I lavoratori vogliono sapere quali siano le ragioni di questa decisione e quando potranno finalmente consegnare e ritirare le divise attraverso un sistema organizzato dall’azienda», è la contestazione sollevata dai rappresentanti sindacali.
Resta quindi da chiarire quali ostacoli abbiano determinato il rinvio e quali siano i tempi effettivi per rendere operativo il servizio.
Il precedente del 13 ottobre: quattro ore di sciopero
La protesta non nasce oggi. Il 13 ottobre 2026, dopo assemblee e iniziative di mobilitazione, i lavoratori che fanno riferimento a COBAS e USB hanno partecipato a uno sciopero di quattro ore per chiedere l’attivazione del servizio di lavanderia e il superamento del lavaggio domestico delle divise.
Una mobilitazione che ha comportato una perdita economica per chi ha incrociato le braccia, ma che i sindacati considerano necessaria per riportare al centro della vertenza la sicurezza sul lavoro. Secondo COBAS e USB, nonostante le proteste e le interlocuzioni avviate, non sarebbe ancora arrivata una soluzione concreta e definitiva. Il nuovo rinvio rischia pertanto di riaccendere lo stato di agitazione e di aprire una fase ancora più dura del confronto.
Tensioni sindacali e accordo del 2022
La vicenda presenta anche un fronte sindacale particolarmente acceso. COBAS e USB contestano l’accordo del 2022 sul lavaggio domestico delle divise e criticano la posizione delle organizzazioni confederali CGIL, CISL e UIL, alle quali attribuiscono una responsabilità nella gestione di una soluzione che giudicano inadeguata.
Secondo i promotori della denuncia, l’indennità prevista dall’accordo avrebbe finito per legittimare una modalità di gestione degli indumenti di lavoro che dovrebbe invece essere superata attraverso l’organizzazione di un servizio aziendale. Si tratta di una contestazione sindacale che chiama in causa le diverse posizioni espresse nella vertenza e che dovrà essere valutata alla luce degli accordi sottoscritti e delle responsabilità effettivamente accertate.
Il nodo, tuttavia, rimane concreto: individuare una soluzione che garantisca la sicurezza degli addetti e consenta di gestire le divise in maniera adeguata alle esigenze di un ambiente ospedaliero.
La richiesta alla direzione del Pascale: «Servono date certe e impegni verificabili»
Nella comunicazione inviata il 28 ottobre 2026 a diversi enti istituzionali, COBAS e USB chiedono un intervento urgente per sbloccare la situazione. Tra i destinatari figurano la Prefettura di Napoli, la Procura della Repubblica, la Commissione di garanzia sugli scioperi, i Carabinieri del NAS, l’Ispettorato Territoriale del Lavoro, il Nucleo Carabinieri per la tutela del lavoro e il servizio competente per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro.
La denuncia è stata trasmessa anche alla direzione dell’IRCCS Pascale e alle società coinvolte nell’appalto, oltre che alle organizzazioni sindacali e alle rappresentanze aziendali.
Le richieste sono precise. COBAS e USB sollecitano: l’attivazione effettiva del servizio aziendale di lavaggio e gestione delle divise; la definizione di un calendario delle operazioni di consegna e ritiro degli indumenti; l’individuazione di un luogo idoneo all’interno del presidio ospedaliero per il deposito e il ritiro delle divise; l’intervento della direzione dell’ospedale affinché siano verificati gli impegni assunti e il rispetto degli obblighi di sicurezza; controlli da parte degli organismi competenti sull’effettiva attuazione delle misure richieste. L’obiettivo dichiarato è rendere operativo il servizio dal 1° novembre 2026, superando ulteriori rinvii e incertezze.
Gli accertamenti e le responsabilità da chiarire
Nella propria comunicazione, le organizzazioni sindacali riferiscono inoltre di un precedente intervento dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro, che sarebbe sfociato in una sanzione nei confronti di CSG Facility nel luglio 2026 per questioni legate alla gestione del lavaggio delle divise. I sindacati richiamano anche una vicenda che, secondo quanto riportato nella denuncia, sarebbe oggetto di approfondimenti da parte della Procura di Napoli.
Si tratta di circostanze che richiedono riscontri documentali e istituzionali. Le contestazioni contenute nella comunicazione sindacale non equivalgono, da sole, a un accertamento definitivo delle responsabilità. Resta però la richiesta di fare chiarezza su una situazione che, secondo i lavoratori, si trascina da troppo tempo.
«La vertenza non finisce qui»
Il messaggio finale di COBAS e USB è rivolto alla società appaltatrice e alla direzione dell’ospedale: servono risposte immediate, tempi certi e un servizio realmente funzionante. In assenza di un riscontro, le organizzazioni sindacali annunciano nuove iniziative di mobilitazione e ulteriori azioni nelle sedi competenti, senza escludere di portare la vicenda all’attenzione degli organi di stampa.
La questione riguarda direttamente le condizioni di lavoro di chi opera quotidianamente nelle attività di pulizia e sanificazione di una struttura sanitaria, ma solleva anche interrogativi più ampi sull’organizzazione degli appalti e sull’effettiva applicazione delle misure di prevenzione. Il punto, adesso, è capire se il 1° novembre sarà davvero la data della svolta oppure un’altra scadenza destinata a slittare.
I lavoratori chiedono una risposta concreta: non un’altra promessa, non un’altra riunione, ma un sistema di lavaggio delle divise organizzato e gestito in condizioni di sicurezza. Perché la tutela di chi lavora in ospedale non può essere considerata una spesa accessoria. E perché, quando si parla di salute e sicurezza, la soluzione non può essere affidata alla lavatrice di casa.
Ciro Crescentini
