La legge prevede il collocamento obbligatorio per gli orfani e i coniugi delle vittime, ma nessuno sa come attivarla.
Il lavoro può diventare una seconda possibilità per le famiglie delle vittime, ma il collocamento obbligatorio viene davvero utilizzato? La domanda interpella Casse Edili, enti bilaterali, sindacati, associazioni datoriali e società pubbliche e partecipate.
C’è una domanda che accompagna ogni morte sul lavoro e che raramente riceve risposte strutturate: che cosa succede alla famiglia quando il lavoratore non c’è più?
Il giorno dell’incidente arrivano i soccorsi, le autorità, le dichiarazioni di sdegno e il cordoglio ufficiale. Si parla giustamente di sicurezza, prevenzione e responsabilità. Poi, inevitabilmente, i riflettori si spengono. Per la famiglia comincia una realtà fatta di solitudine e vertigini economiche: una moglie sola a sostenere i figli, un giovane costretto a interrompere gli studi per cercare un impiego immediato. Al lutto si somma la seconda emergenza, quella materiale. La sicurezza difende la vita nei cantieri, ma la dignità si misura da come proteggiamo chi rimane. È da qui che deve partire una riflessione seria sul collocamento obbligatorio e sulle tutele occupazionali riservate agli orfani e ai coniugi superstiti delle vittime del lavoro.
La norma esiste, ma arriva davvero a chi ne ha bisogno? La legislazione italiana prevede tutele specifiche. L’articolo 18 della legge 68 del 1999 contempla una quota di riserva per determinate categorie protette. La legge 244 del 2007 ha ricompreso espressamente tra i beneficiari gli orfani o, in alternativa, il coniuge superstite di coloro che sono deceduti per causa di lavoro.
La questione centrale non è l’esistenza formale della tutela, ma verificare se questa arrivi concretamente alle famiglie quando ne ricorrono i presupposti, evitando che il diritto dipenda dalla capacità individuale di orientarsi nella burocrazia. Un diritto nascosto nei cassetti della legge non è una tutela: è una promessa mancata.
Il ruolo cruciale della bilateralità e del settore edile
Nel comparto delle costruzioni, segnato da un’elevata incidenza infortunistica, il sistema della bilateralità (Casse Edili, Scuole Edili e Formedil) possiede una responsabilità sociale ineludibile. Se il sistema conosce il lavoratore quando è in vita, registrandone la posizione e la contribuzione, perché non strutturare un percorso attivo di presa in carico dei superstiti? E’ necessario, sacrosanto l’applicazione trasparente di un diritto. Informazione tempestiva e orientamento professionale mirato. Verifica rigorosa dei requisiti per il collocamento obbligatorio. Inserimento lavorativo all’interno degli enti o delle strutture collegate. La bilateralità deve accogliere chi perde tutto.
La trasparenza nelle società pubbliche e partecipate
Il perimetro dell’obbligo coinvolge direttamente anche le pubbliche amministrazioni e le società a partecipazione pubblica. In questi ambiti, le quote di riserva devono essere gestite con assoluta trasparenza. È urgente disporre di dati pubblici e verificabili per rispondere a interrogativi precisi. Quante assunzioni sono state effettuate negli ultimi anni tramite le quote riservate alle vittime del lavoro? Quali amministrazioni ed enti hanno adempiuto pienamente agli obblighi normativi? Le quote di riserva non sono un favore concesso dal potente di turno, ma una trincea di civiltà.
Verso una giustizia sostanziale
Nessun contratto di lavoro potrà mai colmare il vuoto di un padre o di una madre perduti sul lavoro. Tuttavia, un’occupazione garantisce l’autonomia economica, impedisce che una famiglia precipiti nella povertà e restituisce dignità al futuro di chi resta.
La prova della solidarietà non si dà durante i funerali, ma nei mesi successivi. Rendere effettivo il diritto al lavoro per i superstiti non è un atto di pietà, ma un dovere di giustizia sociale.
Ciro Crescentini
