Occupati il Regina Margherita e l’istituto Giulio. Gli studenti: «Contro guerra, razzismo e scuola-caserma»
La protesta parte dalle scuole di Torino e guarda oltre i cancelli degli istituti. Nella mattinata di oggi il collettivo Osa, Opposizione studentesca d’alternativa, ha annunciato l’avvio di una mobilitazione permanente contro la guerra, accompagnando l’iniziativa con l’occupazione di due scuole superiori: il liceo statale Regina Margherita e l’Istituto Superiore Carlo Ignazio Giulio.
Al Regina Margherita gli studenti hanno esposto all’ingresso uno striscione con un messaggio netto: “Regina Occupato”, seguito dalle parole d’ordine contro la scuola vissuta come una caserma, il razzismo e la guerra. Nelle stesse ore è arrivata anche l’occupazione del Giulio. Una scelta che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole riportare al centro del dibattito le condizioni materiali degli istituti e le priorità delle politiche pubbliche.
«Abbiamo scelto di occupare per dare un segnale forte contro la guerra, il razzismo e un modello di scuola che viene sempre più spinto verso la militarizzazione», spiegano gli studenti di Osa.
La mobilitazione prende spunto anche dalle proteste studentesche che si sono sviluppate in Francia. Lo slogan «Facciamo come in Francia» sintetizza la volontà di trasformare le occupazioni in un punto di partenza per una protesta più ampia. Al centro delle rivendicazioni c’è soprattutto l’utilizzo delle risorse pubbliche. Secondo gli studenti, gli investimenti dovrebbero essere indirizzati innanzitutto verso la scuola e verso la soluzione delle emergenze che riguardano quotidianamente gli edifici scolastici.
«I soldi pubblici devono servire a risolvere i problemi reali degli studenti e delle scuole, non a finanziare la guerra», sostengono i promotori dell’iniziativa.
Nel mirino finiscono anche le condizioni delle strutture. Gli studenti denunciano edifici con problemi di manutenzione, interventi che si protraggono nel tempo e spazi che non garantirebbero condizioni adeguate per chi li frequenta ogni giorno. Tra gli esempi indicati figurano tetti che necessitano di interventi, porte danneggiate, impianti di riscaldamento non funzionanti e infiltrazioni d’acqua che interesserebbero palestre e corridoi.
La protesta è stata discussa anche attraverso momenti di confronto e assemblee, alle quali hanno partecipato alcuni docenti. Per gli studenti, il tema non riguarda soltanto la manutenzione degli edifici, ma il diritto allo studio e la possibilità di vivere la scuola in ambienti sicuri e dignitosi.
«Vogliamo che il diritto allo studio sia garantito a tutti e che chi entra ogni giorno a scuola possa farlo in condizioni dignitose», affermano gli studenti.
Osa rivolge quindi il proprio messaggio direttamente al governo guidato da Giorgia Meloni, contestando una narrazione che, secondo il collettivo, finirebbe per spostare l’attenzione dai problemi sociali verso contrapposizioni tra fasce della popolazione.
«Il problema della scuola non sono gli stranieri. Il problema è chi prende le decisioni senza riuscire a parlare davvero dei giovani e delle condizioni in cui studiano», sostengono i promotori della mobilitazione.
La protesta assume così una dimensione politica più ampia e collega la questione scolastica ai temi della guerra, del razzismo e dell’imperialismo. Gli studenti rivendicano inoltre una continuità con le mobilitazioni organizzate negli anni precedenti a sostegno della Palestina.
«Lo scorso anno abbiamo fermato le scuole per portare nelle piazze la questione palestinese. Quest’anno vogliamo tornare a mobilitarci contro una deriva che vediamo dentro e fuori dagli istituti», annunciano da Osa.
L’occupazione dei due istituti, dunque, viene presentata dagli studenti non come un episodio isolato, ma come l’inizio di una mobilitazione destinata a proseguire. L’obiettivo dichiarato è allargare il confronto nelle scuole e costruire nuove iniziative sui temi della spesa pubblica, delle condizioni degli edifici scolastici e del rifiuto della guerra.
«Non vogliamo essere distratti dai problemi reali da una guerra tra poveri: chiediamo che si torni a parlare di scuola, giovani e futuro», concludono gli studenti.
Alessandro Manna
