Il suo corpo è stato trovato in un edificio abbandonato ad Afragola, nascosto in un vecchio armadio. È stata uccisa con ferocia, presumibilmente a colpi di pietra, da chi diceva di amarla: un ragazzo di 18 anni, Alessio Tucci, che ha confessato il delitto con una motivazione agghiacciante nella sua semplicità e brutalità: «Mi ha lasciato»
Martina Carbonaro aveva solo 14 anni. Era una ragazza, un’adolescente nel pieno della sua vita, con sogni e desideri che non avranno mai la possibilità di germogliare. Il suo corpo è stato trovato in un edificio abbandonato ad Afragola, nascosto in un vecchio armadio. È stata uccisa con ferocia, presumibilmente a colpi di pietra, da chi diceva di amarla: un ragazzo di 19 anni, Alessio Tucci, che ha confessato il delitto con una motivazione agghiacciante nella sua semplicità e brutalità: «Mi ha lasciato».
Martina è l’ennesima vittima di una cultura patriarcale che continua a nutrirsi dell’idea del possesso, che trasforma la relazione in dominio e la fine dell’amore in vendetta. Una violenza che non guarda l’età, non si arresta nemmeno di fronte all’innocenza adolescenziale, e che si riproduce tra le nuove generazioni come un virus.
È una tragedia che lascia senza fiato, ma non dovrebbe lasciarci sorpresi. Perché non è un caso isolato. È il frutto di un sistema strutturale, di un tessuto sociale che ha fallito nel proteggere le sue figlie e nel responsabilizzare i suoi figli.
Come affermano Gaetanina Ricciardi ed Elisa Laudiero della CGIL Napoli e Campania, «non saranno la mera repressione e il giustizialismo a porre fine a questo fenomeno. È necessario un cambiamento radicale che coinvolga l’intera collettività». La violenza di genere non è un’emergenza temporanea, è una costante. E la risposta deve essere collettiva, culturale, educativa.
Non possiamo più accontentarci di commuoverci o indignarci. Occorre un piano organico che parta dalle scuole, che metta al centro i giovani, le loro visioni e i loro conflitti, che insegni l’affettività, il rispetto, la libertà dell’altro. Un piano per decostruire il modello maschile tossico che ancora oggi lega il valore dell’uomo al controllo, all’ostentazione, alla sopraffazione.
Daniela Santarpia, presidente della cooperativa Eva, lo dice con chiarezza: «Questa morte efferata chiama in causa il lavoro di prevenzione. L’educazione all’affettività non è ancora riconosciuta dallo Stato come priorità». Un’assenza grave, che si traduce in un vuoto educativo lasciato riempire dai peggiori stereotipi.
La sociologa Lella Palladino aggiunge un altro tassello importante: la formazione di chi opera nella giustizia e nei contesti educativi. Il lavoro dell’Osservatorio distrettuale sulla violenza di genere presso la Procura di Napoli punta proprio a questo: agire sulla prevenzione, sulle radici culturali della violenza, su quel nodo identitario che lega ancora troppi uomini alla convinzione di avere il diritto di decidere della vita delle donne.
Perché questo è il punto. Martina non è morta per amore. È stata uccisa da un’idea malata che considera la donna una proprietà. È una guerra culturale e sociale che va combattuta anche – e soprattutto – dagli uomini. Serve che parlino, che agiscano, che si assumano la responsabilità di prendere le distanze dai modelli patriarcali, che mettano in discussione sé stessi.
Come scrivono Ricciardi e Laudiero, serve ascoltare i ragazzi e le ragazze. Ma serve anche garantire che i centri antiviolenza, le case rifugio, i percorsi di sostegno abbiano risorse, continuità e riconoscimento. Serve tutto questo insieme. E serve adesso.
Martina Carbonaro non doveva morire. Ma se vogliamo onorarne la memoria, dobbiamo fare in modo che sia l’ultima. Perché nessuna quattordicenne, mai più, debba morire per aver detto “basta”.
Ciro Crescentini

