L’uso indiscriminato della forza scatena rabbia e tensione tra i cittadini e i giovani
Il 2 ottobre 2025, a Bologna, una giovane donna ha perso un occhio durante una manifestazione. È stata colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo dalle forze di polizia impegnate nel controllo del corteo.
Non è stato un incidente. Non è stata una fatalità. È stata una scelta operativa violenta, resa possibile e legittimata da una catena di comando che oggi continua a sottrarsi a ogni responsabilità.
La manifestazione faceva parte di una giornata di mobilitazioni contro la guerra a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese. Migliaia di persone in piazza per esercitare un diritto costituzionale. La risposta dello Stato è stata la solita: militarizzazione dello spazio pubblico, lacrimogeni, reparti antisommossa, logica del nemico.
Uno di quei lacrimogeni ha colpito la ragazza in pieno volto. Il danno è stato irreversibile. Ha perso un occhio. Una mutilazione permanente inflitta non da un aggressore anonimo, ma da un apparato che dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini.
La denuncia e il silenzio del potere
La giovane ha avviato azioni legali, chiedendo che venga accertata la responsabilità di chi ha sparato e di chi ha autorizzato l’uso dei lacrimogeni in quel modo. Chiede verità, nomi, responsabilità. Chiede giustizia.
In cambio ha ricevuto silenzio, coperture istituzionali e la consueta chiusura dei vertici della polizia. Un sistema che rende difficilissimo identificare chi opera sul campo e che protegge l’apparato anche di fronte a una lesione permanente.
Gli avvocati Prosperi e De Caro, insieme alla rappresentante di Amnesty International Laura Renzi, parlano di un episodio che non può essere considerato un incidente, ma il risultato di scelte operative che trasformano lo spazio pubblico in un ambito rischioso per chi esercita il diritto di protesta.
Per gli avvocati, l’utilizzo di strumenti ad alto potenziale lesivo in contesti affollati rende sempre più labile il confine tra gestione dell’ordine pubblico e violenza istituzionale.
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha una responsabilità politica diretta. Non solo per ciò che è accaduto, ma per il clima che alimenta ogni giorno: un clima in cui il dissenso viene criminalizzato, le piazze sono trattate come zone di guerra e la repressione viene presentata come forza e ordine.
La verità che il governo non vuole dire
C’è un aspetto che il governo e i vertici della polizia continuano deliberatamente a ignorare: questo tipo di gestione dell’ordine pubblico non riduce la violenza, la produce.
Sparare lacrimogeni ad altezza d’uomo, caricare indiscriminatamente, ferire gravemente chi manifesta non pacifica le piazze. Al contrario, alimenta rabbia, frustrazione, senso di ingiustizia. Trasmette un messaggio chiarissimo: lo Stato non ascolta, colpisce. Ed è così che la tensione cresce. È così che il conflitto si radicalizza.
Quando lo Stato risponde al dissenso con la forza, educa alla forza. Quando mutila, legittima risposte sempre più dure. Non si tratta di giustificare la violenza, ma di riconoscerne le cause. Fingere di non vederle è una scelta politica precisa.
Giovani contro uno Stato che non li vede
Molti giovani scendono in piazza perché non si sentono rappresentati, perché vedono chiusi gli spazi di partecipazione, perché assistono a guerre, precarietà, crisi ambientali senza risposte reali. A queste domande, lo Stato risponde con caschi, scudi e lacrimogeni. Poi si stupisce se cresce l’ostilità. Poi parla di “frange violente”. Poi invoca leggi più dure. È un circolo vizioso costruito dall’alto, non un’emergenza spontanea.
Una ferita che riguarda tutti
Una ragazza ha perso un occhio. Lo Stato non ha perso il controllo: ha mostrato la sua vera idea di ordine.
Finché il governo Meloni continuerà a coprire i vertici della polizia, finché non verrà messo in discussione questo modello repressivo, finché una mutilazione verrà trattata come un “incidente”, la distanza tra istituzioni e società continuerà ad allargarsi. E quella distanza, prima o poi, esplode.
Ciro Crescentini
