Il Tribunale di Roma accerta la subordinazione: maxi risarcimento da oltre 350 mila euro tra retribuzioni e contributi. L’avvocato Giuliana Quattromini: «Co.co.co. e diritti d’autore usati per mascherare un rapporto fisso»
Con una sentenza che segna un passaggio importante nella giurisprudenza sul lavoro giornalistico, il Tribunale del Lavoro di Roma ha condannato il quotidiano Il Tempo a risarcire una giornalista con 266 mila euro a titolo di differenze retributive, oltre a 88 mila euro per contributi previdenziali e accessori di legge.
La decisione – sentenza n. 7152/2025 del 18 giugno 2025, pronunciata dalla giudice Tiziana Orrù della terza sezione lavoro – ha accertato la natura subordinata del rapporto tra la giornalista e la testata, riconoscendole la qualifica di collaboratore fisso ai sensi dell’articolo 2 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro Giornalistico del 2006. Il rapporto lavorativo è stato dichiarato ininterrotto e tuttora in corso.
Una lunga collaborazione mascherata da finte partite IVA e cessioni di diritto d’autore
La professionista, iscritta all’albo, ha iniziato a lavorare per Il Tempo nel 2006 con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, per poi proseguire con contratti di cessione dei diritti d’autore. Nonostante ciò, ha svolto per quasi vent’anni un’attività giornalistica continuativa, strutturata e stabile, contribuendo con un elevato numero di articoli su molteplici tematiche di rilievo per il quotidiano romano.
Il Tribunale, esaminata la documentazione prodotta e le numerose testimonianze raccolte durante l’istruttoria, ha riconosciuto la sussistenza di un vincolo di subordinazione, ritenendo che la giornalista fosse in realtà vincolata stabilmente alla redazione, obbligata a fornire le proprie energie lavorative in modo continuativo e organizzato sotto il coordinamento dell’azienda.

Le dichiarazioni dell’avvocata Giuliana Quattromini
A commentare la decisione è l’avvocata Giuliana Quattromini, che ha assistito la giornalista in giudizio. Le sue parole descrivono con chiarezza la portata del provvedimento:
“Arriva nelle aule di giustizia la storia di una giornalista professionista che dal 2006 passa da contratti di collaborazione coordinati e continuativi (i famigerati co.co.co) a contratti di cessione di diritti d’autore mentre lavora in maniera stabile e continuativa per Il Tempo. Trattata da precaria per circa 20 anni, nonostante il rilevantissimo numero di pezzi pubblicati sui temi più svariati, si è rivolta al Tribunale del lavoro di Roma che, attraverso la documentazione e l’istruttoria testimoniale, ha accertato che sussisteva un concreto vincolo di stabilità della giornalista, che era tenuta a mettere le proprie energie lavorative a disposizione del noto quotidiano romano.
Alla fine, la ricorrente ha ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato con la qualifica di collaboratore fisso ex art. 2 CCNL giornalistico del 2006, rapporto mai interrotto e quindi tutt’ora in corso, nonché tutte le differenze di retribuzione”
Un precedente destinato a pesare
La sentenza rappresenta un precedente rilevante nel settore dell’editoria italiana, dove forme contrattuali atipiche e rapporti di lavoro “mascherati” continuano a essere diffusi. Il caso mette in luce le distorsioni del sistema che, per anni, ha lasciato molti giornalisti professionisti in una condizione di finta autonomia e reale subordinazione, privi di tutele e diritti.
Con questo provvedimento, il Tribunale di Roma ha ribadito che la forma non può prevalere sulla sostanza del rapporto lavorativo, restituendo dignità e giustizia a una professionista che, nonostante la precarietà contrattuale, ha contribuito in maniera essenziale al lavoro redazionale del quotidiano.
Ciro Crescentini
