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«È solo una professoressa a contratto»: bufera su La Russa, mentre il figlio è presidente dell’ACI

Redazione by Redazione
29 Ottobre 2026
in Attualità, Notizie correlate
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La polemica con la storica Michela Ponzani riporta sotto i riflettori la condizione dei docenti precari: anni di studio, stipendi modesti e poche garanzie. E il confronto sulle opportunità professionali diventa inevitabilmente politico

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, ha scelto di rivolgersi a Michela Ponzani, storica e docente universitaria. Non soltanto per averla chiamata «signora» anziché «professoressa», ma soprattutto per la motivazione addotta: «A dire il vero è professoressa a contratto, per questo non l’ho chiamata professoressa, altrimenti avrei dovuto dire professoressa a contratto». E ancora: «L’ho chiamata signora, non mi sembra offensivo».

Il problema non è il vocabolario: è il messaggio che quelle parole trasmettono. Perché pronunciate da chi ricopre la più alta carica di Palazzo Madama dopo quella del presidente della Repubblica, assumono un peso che va ben oltre una polemica personale.

Essere docenti a contratto non significa essere docenti di serie B. Significa, troppo spesso, lavorare in un’università che pretende competenze, preparazione scientifica, ricerca, lezioni, esami, ricevimento degli studenti e responsabilità didattiche, senza garantire in cambio stabilità professionale e retribuzioni adeguate.

Dietro quella formula burocratica si nasconde una realtà che chiunque abbia frequentato seriamente l’università dovrebbe conoscere. Per ottenere un incarico possono essere necessari anni di studio, pubblicazioni, esperienza scientifica e, in molti casi, un dottorato di ricerca. Poi arriva il contratto: poche decine di ore di lezione ufficialmente conteggiate, compensi lordi spesso modesti, pagamenti che possono tardare mesi e una quantità di lavoro invisibile che non compare nel conteggio delle ore retribuite.

Preparare una lezione richiede tempo. Correggere elaborati, sostenere esami, verbalizzare i risultati e ricevere gli studenti richiede tempo. La responsabilità educativa non scompare perché il contratto è precario. Eppure, proprio chi svolge queste attività può ritrovarsi a lavorare per compensi che, una volta sottratti imposte e contributi, diventano ancora più esigui.

“Se solo sapesse che per diventare docente a contratto universitario ci vorrebbe un dottorato di ricerca e che i soldi li vediamo lordi dopo 15 mesi circa – spiega una docente universitaria di Napoli – in genere sono 60 ore che non equivalgono neanche a 1800 euro netti, più gli esami e i ricevimenti degli studenti che non vengono calcolati”. Non è una questione di sensibilità individuale. È una questione di dignità del lavoro e di rispetto per la conoscenza.

La Russa può sostenere di non aver voluto offendere Ponzani ma a liquidare la distinzione tra professore e professore a contratto come una semplice precisazione formale significa ignorare il significato sociale di quella precarietà. Un incarico a termine non cancella le competenze, non riduce il valore della ricerca e non autorizza nessuno a trattare chi insegna come un professionista di rango inferiore.

E qui la vicenda diventa politica. Perché la precarietà universitaria non è una fatalità: dipende anche dalle scelte di finanziamento, dall’organizzazione degli atenei e dalle politiche pubbliche. Un Paese che chiede ai suoi studiosi di sacrificare anni alla formazione, per poi offrire loro contratti fragili e compensi inadeguati, compromette il futuro della propria università.

Mentre si discute di investimenti nella difesa e di risorse destinate agli armamenti, è legittimo chiedere quanta attenzione venga riservata alla ricerca, all’istruzione e a chi ogni giorno forma le nuove generazioni. Non si tratta di contrapporre automaticamente sicurezza e cultura, ma di pretendere che la conoscenza non venga trattata come una spesa secondaria.

C’è poi un’altra questione che merita trasparenza. Il figlio del presidente del Senato, Antonino Geronimo La Russa, è stato nominato alla presidenza dell’Automobile Club d’Italia dopo l’elezione da parte dell’assemblea dell’ente. Una nomina istituzionale non dimostra, da sola, favoritismi o irregolarità ma rende ancora più necessario pretendere chiarezza sulle procedure, sui criteri di selezione e sui compensi degli incarichi pubblici. Quando si parla di merito, le regole devono valere per tutti e la trasparenza deve essere assoluta.

Il punto, dunque, non è stabilire se Michela Ponzani debba essere chiamata signora o professoressa. Il punto è riconoscere che dietro la qualifica di docente a contratto ci sono persone, competenze e responsabilità che meritano rispetto.

A loro non servono condiscendenza, titoli concessi dall’alto o pacche sulle spalle. Servono contratti dignitosi, retribuzioni proporzionate al lavoro svolto, tutele e prospettive professionali.

Un Paese che pretende di essere rispettato deve cominciare rispettando chi produce cultura e trasmette conoscenza. E un presidente del Senato dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: le istituzioni non si misurano soltanto dal rango di chi le rappresenta, ma anche dalla considerazione che dimostrano verso chi ha meno potere.

Perché la precarietà può essere scritta in un contratto. La dignità, invece, non può essere cancellata da una qualifica.

Il contrasto politico è evidente: da una parte, professionisti e studiosi chiamati a dimostrare continuamente il proprio valore, spesso senza garanzie; dall’altra, incarichi istituzionali di grande rilievo, sui quali è doveroso pretendere la massima trasparenza. Non sono situazioni automaticamente equivalenti, ma pongono una questione comune: il merito deve essere un principio applicato a tutti, non una parola da invocare soltanto quando riguarda chi ha meno potere.

Ai docenti a contratto non servono concessioni né compassione. Servono compensi dignitosi, tutele, trasparenza, continuità professionale e investimenti seri nell’università pubblica. Servono politiche capaci di interrompere la spirale per cui si chiedono qualifiche sempre più elevate senza garantire condizioni di lavoro proporzionate.

Ciro Crescentini

Tags: Antonino Geronimo La Russadocenti universitari precariIgnazio La RussaMichela Ponzanipresidenza ACI
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