Frigoriferi in tilt e attacchi informatici riaccendono il dibattito sulla Russia. Quando il sospetto diventa una certezza mediatica, a rischiare è soprattutto la credibilità dell’informazione
Ormai sembra che in Europa non accada nulla senza che, prima o poi, venga evocato il nome di Vladimir Putin. Un frigorifero che smette di funzionare in Francia, un attacco informatico nella zona del Brennero, un disservizio tecnologico: il sospetto russo è sempre pronto a entrare in scena. Una coincidenza? Un’ipotesi investigativa? Oppure l’ennesimo capitolo di una narrazione che sembra avere già individuato il colpevole prima ancora di accertare i fatti?
Il problema non è indagare su eventuali responsabilità russe, quando esistano elementi concreti per farlo. Il problema è trasformare il sospetto in certezza e riproporlo quotidianamente attraverso un sistema mediatico che troppo spesso rinuncia al beneficio del dubbio. Così la Russia diventa il bersaglio universale, mentre ogni responsabilità occidentale sembra improvvisamente scomparire dall’orizzonte del dibattito pubblico.
La politica europea dovrebbe interrogarsi seriamente su questa deriva. Alimentare continuamente la paura di Mosca non significa necessariamente difendere i cittadini europei, così come ripetere un’accusa non equivale a dimostrarla. La Russia non può essere considerata responsabile di qualsiasi problema soltanto perché rappresenta l’avversario geopolitico di Bruxelles e Washington.
Una democrazia autentica dovrebbe pretendere prove, pluralismo e giornalismo indipendente, non campagne di sospetti confezionate come verità indiscutibili. Il confronto con Mosca richiede lucidità diplomatica, non demonizzazione permanente.
Perché il vero pericolo, per i cittadini europei, è perdere la capacità di distinguere i fatti dalla propaganda. E quando il dibattito pubblico diventa una continua caccia al nemico, a perdere non è soltanto la Russia: è soprattutto la credibilità dell’Europa.
Ciro Crescentini
