Coronavirus: Non c’è più il lavoro nero e la miseria aumenta

Una situazione sociale da non sottovalutare

In una situazione di gravissima emergenza vanno tutelati anche i lavoratori e le lavoratrici che, più per obbligo che per scelta, sono costretti a operare senza garanzie, diritti e percependo salari da fame.  Centinaia di migliaia di persone che fanno parte del grande esercito dei lavoratori in nero, dei tirocinanti, contrattisti a tempo determinato, interinali che finora non sono stati raggiunti da misure per il sostegno al reddito. Realistiche e condivisibili le dichiarazioni rilasciate dal ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenziano.  Il ministro ha voluto evidenziare la situazione delle persone che si sono ritrovati a lavorare senza regolare contratto – spesso non per scelta – e che oggi hanno perso quell’impiego illecito a causa dell’emergenza sanitaria in corso. “Il lavoro nero è una piaga da combattere, ma esiste e non si affronta solo con la repressione. Come istituzioni abbiamo il dovere di offrire un’alternativa, altrimenti l’alternativa la offrono gli ‘altri’, nell’illegalità e tra le grinfie della criminalità organizzata“-  ha affermato Provenziano –  Al Sud, e non solo, dopo questa crisi, specialmente se si prolungherà, rischiamo il collasso sociale“ – ha  aggiunto Provenziano – A differenza della crisi precedente, questa volta anche i risparmi privati delle famiglie sono in gran parte erosi. La quota di sommerso che esiste – non parlo di chi sfrutta il lavoro, ma di chi è sfruttato – ha dei riflessi nell’economia emersa, nell’economia reale, a partire dai consumi. Spesso ci sono quote di lavoro irregolare anche nelle imprese regolari, penso alla filiera del turismo, e bisogna averlo presente, anche per il dopo”. “Fin qui, giustamente, con il decreto Cura Italia, abbiamo offerto protezione ai lavoratori, con la cassa integrazione in deroga e siamo al lavoro per rafforzare l’intervento sugli autonomi (che non sono stati dimenticati). Tutto questo non copre fasce più vulnerabili della popolazione, che se non hanno avuto accesso al Reddito di Cittadinanza sono privi di tutele. Non possiamo fare come gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia”. L’alternativa si costruisce   prevedendo nel corso della crisi e della transizione (che non sappiamo quanto lunga) di potenziare misure di sostegno sociale che possano arrivare a tutti.  Dai precari agli autonomi in difficoltà, dai più vulnerabili ai marginalizzati – ha sottolineato ancora il ministro – Scegliere l’universalismo significa proprio questo, scongiurare le guerre tra ultimi e penultimi”. Analisi impeccabile del ministro. Significative e condivisibili anche le dichiarazioni del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico: “Se posso aggiungere una riflessione da economista, avrei preferito un Reddito di cittadinanza allargato a tutti, senza le condizionalità di quello esistente. Una sorta di basic income, un reddito di base”- ha puntualizzato Tridico. Estendere il reddito di cittadinanza e riconoscerlo a tutte quelle famiglie che stanno pagando maggiormente le conseguenze economiche sarebbe possibile, ma tutto dipenderà dalla volontà del Governo e soprattutto dalle risorse che verranno messe in campo prossimamente. Una misura che – come spiegato dall’economista Andrea Fumagalli al “Manifesto” – potrebbe essere finanziata anche grazie alle risorse in arrivo dalla Banca Centrale Europea, così come con “una riforma fiscale progressiva nel medio-lungo termine”. Bisogna garantire un sostegno al reddito ai braccianti nei campi del Mezzogiorno, sfruttati e non regolarizzati, le colf e badanti che oggi più che mai stanno soffrendo la condizione emergenziale, i lavoratori della ristorazione, gli operai che accettano un lavoro irregolare per poter arrivare a fine mese, ma che vengono messi a lavorare in assenza di ogni tipo di tutela securitaria ed economica. Vittime che non possono essere criminalizzate o paragonate a coloro che gestiscono il sistema del sommerso: la criminalità organizzata o quei datori di lavoro senza scrupoli. Parlare del precariato irregolare non dev’essere un tabù, perché ci sono migliaia di lavoratori che sono le prime vittime del sistema del sommerso. Ignorarli non è degno di uno Stato che pensa ai suoi cittadini. Il lavoro nero, il lavoro sommerso coinvolge una parte di popolazione consistente della popolazione, il 60% dei lavoratori secondo l’ultimo bilancio stilato all’esito di un anno di controlli ad opera delle forze dell’ordine, il 10% del prodotto interno lordo. Cosa ne sarà di questi lavoratori dopo la pandemia da Coronavirus? E’ necessario assumere un’iniziativa, stabilendo l’estensione del Reddito o introducendo un reddito di quarantena nel prossimo decreto governativo di Aprile. La situazione è sociale preoccupante.

Ciro Crescentini

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