Coronavirus, la verità del potere

L’emergenza sanitaria mondiale si rivela, ogni giorno che passa, sempre più una pandemia della politica. Da come stiamo affrontando e affronteremo questa epidemia dipenderà molto del nostro futuro come cittadini.

Un virus si aggira per il mondo…” sembrerebbe il titolo di qualche pessimo film horror uscito da poco nei cinema, invece no: è la triste e spaventosa realtà che stanno vivendo la stragrande maggioranza delle nazioni, Italia in primis. Infatti, pur caratterizzandosi, almeno fino ad ora, per un bassa mortalità, la natura altamente contagiosa del corona-virus ne ha fatto un vero e proprio incubo. Probabilmente, nemmeno i più grandi sceneggiatori del genere apocalittico avrebbero mai immaginato il silenzio e il vuoto che caratterizza buona parte delle grandi metropoli del pianeta in questi giorni di quarantena. Ma al di là di questa atmosfera surreale che si vive un po’ dovunque, ciò che più sconcerta è la sensazione di incertezza e ansietà che sembra essere calata sulle nostre vite. La domanda principale, quando tutto questo finirà?, aleggia nelle menti di buona parte di noi. È normale e legittima: passare, infatti, dalla condizioni di cittadini liberi a quella di reclusi in casa propria, sebbene per forza maggiore, è traumatico mentalmente e fisicamente. Ma è proprio questo il punto: può il bisogno di “normalità”, che si cela dietro questa legittima domanda, giustificare qualsiasi tipo di misura politica? O meglio, detto in termini foucautiani, fino a che punto siamo disposti a rivedere la nostra idea di libertà  pur di ritornare alla “normalità”?

   Si sa che la comprensione della realtà in cui si vive, ovvero, la ricerca della verità, inizia sempre con una domanda: nulla di ciò che riguarda l’uomo sfugge a questo processo dialettico. Tuttavia, sono le risposte che ci vengono offerte, ciò che implicano, a dirci in che mondo viviamo e verso quale futuro andiamo. Ebbene, anche le decisioni prese dalla maggioranza dei governi dei paesi afflitti dalla epidemia da corona-virus, quale risposta alla bisogno globale di ritorno alla “normalità”, ci dicono molto sulle nostre società e sul loro futuro. Le loro soluzioni, almeno fino ad ora, implicano, più o meno: la chiusura delle frontiere, di tutti i luoghi di aggregazione (inclusi negozi, ristoranti, e bar) e il limite di circolazione per i propri cittadini, i quali, in alcuni paesi come, ad esempio, l’Italia, possono uscire solo se dotati di auto-certificazione che ne motivi l’esigenza. La maggioranza dell’opinione pubblica, per ora, ha accettato di buon grado questi draconiani provvedimenti: la paura di una possibile ecatombe istallata dalla stragrande maggioranza dei media ha fatto sì che buona parte dei cittadini li accettasse senza dubbio alcuno, senza domandarsi come mai anche in paesi che si ritenevano all’avanguardia in ogni campo del sapere, inclusa la medicina, si è dovuto ricorrere a provvedimenti propri di uno stato d’eccezione, se sia veramente efficace una quarantena a trequarti, dato che ci sono molti cittadini costretti a non rispettarla.

  Sia chiaro: qui non si vuole giustificare chi, in nome di un drink all’aria aperta, si sente in diritto di trasgredire le regole; né si stanno mettendo in discussioni i provvedimenti restrittivi decisi dai vari governi per contenere l’epidemia. È ovvio che l’unico modo di impedire un aumento vertiginoso di contagiati è ridurre al minimo i contatti tra le persone. Ciò che non è tollerabile, però, è la superbia di buona parte dei rappresentanti delle istituzioni nazionali e sovranazionali: nessun esponente della classe dirigente europea o nordamericana, fatta eccezione per i partiti comunisti, ha criticato le politiche di austerity che hanno caratterizzato per lo meno gli ultimi trentanni delle cosiddette democrazie liberali. Nessuno discute la gravità del corona-virus, ma è evidente che nel caso dell’Italia, ad esempio, se in questi anni non si fossero dimezzati gli investimenti statali per la sanità e l’istruzione pubblica, molto probabilmente non ci saremmo trovati con un sistema sanitario al collasso in piena emergenza sanitaria e con scuole e università costrette a cercare frettolosamente modi alternativi per fare lezione. Ma ciò che lascia ancora più sconcertati è come molti di questi amministratori, grazie al clima di terrore creato ed alimentato da buona parte dei media, tentino di scaricare il disagio creato dai loro fallimenti politici sugli stessi cittadini. Sono giorni che ascoltiamo o leggiamo vere e proprie dichiarazioni di guerra da parte di alcuni politici locali italiani di centro-destra e centro-sinistra contro quei cittadini che non rispettano la quarantena. C’è chi come il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, ha invocato l’intervento dell’esercito, dimenticando che proprio lui è tra i principali responsabili del disastro della sanità campana. Questi lestofanti, servi dei grandi gruppi finanziari, vogliono imporre le loro soluzioni, ovvero la loro verità: voglio sfruttare questa emergenza per oscurare i propri fallimenti passati e recenti scaricando sul senso civico dei cittadini la responsabilità del buono o cattivo esito dei provvedimenti eccezionali decisi dal governo.

   Ora, affinché non sia la verità del potere ad imporsi sul senso comune, è necessario che ciascuno di noi, anche in questa situazione eccezionale, non si faccia dominare dalle passioni. La nostra paura è comprensibile, ma, proprio perché ci troviamo in un’emergenza planetaria, non può scalzare il sentimento d’empatia che invece dovrebbe dominare in queste situazioni. I vari Zaia, De Luca, Renzi, Salvini, Meloni, Berlusconi, ecc., alimentano l’odio tra i cittadini italiani, perché è l’unico modo che gli resta per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da quelle che sono le loro responsabilità. Lo “sceriffo di Salerno” quando invoca l’esercito non si preoccupa dell’incolumità dei campani, ma solo di evitare l’aumento vertiginoso dei contagiati che metterebbe in evidenza gli enormi danni provocati da tagli alla sanità regionale varati dalla sua amministrazione. Quando Renzi, Salvini, Meloni, Berlusconi, criticano le scelte del governo attuale relativa all’emergenza, accusandolo di essere prigioniero della BCE e della Confindustria a discapito della salute dei lavoratori, dimenticano che la precarizzazione del lavoro, la vera causa per cui molti di essi non possono restarsene a casa in quarantena, è stata iniziata e completata dai loro governi.

   La verità non si impone, la verità emerge da un’analisi razionale e asettica. E la verità è che c’è ancora una minoranza di italiani che non rispettano il decreto emergenziale imposto dal governo perché sono decenni che vengono governati da una classe dirigente che ogni giorno non perde occasione per dimostrare che se se fotte delle regole, anche quando è in gioco la salute propria e degli altri. Ci sono milioni di precari, lavoratori a tempo determinato e partite iva, che non possono stare a casa al sicuro, perché se dopo un mese di quarantena non li ammazza il corona-virus, lo farà la fame. C’è gente che non rispetta la quarantena perché molto probabilmente una casa nemmeno ce l’ha (solo a Napoli, la mia città natale, si contano 42.000 senza tetto).

   La realtà non è mai solo bianca o solo nera: la realtà  è fatta di sfumature, quelle di cui si compone l’umanità. Impariamo a riconoscerle e a rispettarle. Non diventiamo anche noi sciacalli: restiamo umani. Ne va del nostro futuro.

Antonio Sparano

ricercatore presso l’Università di Buenos Aires

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