Coronavirus: la gestione della paura è un attacco alla nostra cultura democratica

Riceviamo e pubblichiamo

Il diciassettesimo secolo è stato il secolo delle scienze matematiche, il diciottesimo delle scienze fisiche, il diciannovesimo della biologia. Il nostro ventesimo secolo è il secolo della paura. Mi obietteranno che non si tratta di una scienza. Ma prima di tutto la scienza c’entra in qualche misura, tanto che i suoi ultimi progressi teorici l’hanno portata a negare se stessa e le sue realizzazioni pratiche minacciano di distruggere la terra intera. Inoltre, se è vero che la paura di per sé non si può considerare una scienza, non c’è peraltro dubbio che sia una tecnica. Nel mondo in cui viviamo, ciò che più colpisce è anzitutto che la maggior parte degli esseri umani (esclusi i credenti d’ogni sorta) sono privi di futuro. Senza una proiezione sul futuro, senza una promessa di maturazione e progresso, non esiste una vita che abbia valore. Vivere contro un muro, è una vita da cani”.

Queste fulminanti considerazioni di Albert Camus pubblicate nel 1946, sulla rivista clandestina della Resistenza francese, “Combat”, sono in grado di stimolare una feconda attività di riflessione per chiunque voglia provare a fare uno sforzo di comprensione che vada oltre l’ipertrofia della comunicazione e l’ondata potenzialmente manipolatoria delle news in tempo reale legate all’Emergenza Covid 19.

Non si tratta di sminuire ciò che sta accadendo, ma di non appiattirsi acriticamente alla versione dell’emergenza raccontata da governo e mezzi di comunicazione. Nessuno ha un’adeguata conoscenza per capire quanto necessarie siano state le misure draconiane di quarantena imposte dal governo Conte per limitare il contagio.

Per questo motivo, qui si dà per scontato che questa sia stata la cosa più giusta da fare ora, per molte ragioni che non escludono la responsabilità dei governi, di oggi e di ieri, e le loro scelte di tagliare i fondi alle strutture sanitarie in nome di una generica quanto malintesa ‘austerità’. Di conseguenza, si può riscontrare una preoccupante difficoltà nell’effettuare un significativo numero giornaliero di tamponi e nel procedere con interventi mirati ed efficaci.

Sarà necessario, però, sulla base di dati più certi, capire bene cosa sia successo e individuare le eventuali responsabilità sulla mancanza di una migliore (e meno controversa) gestione dell’emergenza.

Partendo da tali premesse, l’obiettivo di questo articolo è quello di focalizzarsi sulla gestione della paura durante questa emergenza e sviluppare delle considerazioni sulle sue eventuali conseguenze.

In questi ultimi due mesi, la paura concentrata su di un unico nemico esterno e sconosciuto (il Coronavirus) ha concentrato massicciamente la pubblica attenzione sul problema di come evitare il contagio. L’intero dibattito pubblico si è “medicalizzato” al punto tale da far quasi rimuovere il problema dell’impatto socioeconomico che questo lockdown avrà sul Paese, sulle diseguaglianze crescenti e sulla povertà sempre più diffusa.

Quasi sicuramente, questa estrema quarantena sarà pagata a caro prezzo dalle persone appartenenti alle classi più deboli, sfruttate e precarie perché, in gran parte, si ritroveranno con risorse ridottissime se non proprio senza lavoro, senza una concreta prospettiva futura. L’Italia è un Paese con 6 milioni di disoccupati, dove una persona su quattro è a “rischio povertà” e dov’è possibile quantificare un numero di poveri assoluti che va oltre i 5 milioni (https://www.oxfamitalia.org/cosa-facciamo/poverta-in-italia/). Quando l’attuale emergenza sarà “finita”, questo quadro potrà aggravarsi e il risveglio sarà molto duro.

La gestione della paura, inoltre, ha avuto un ruolo fondamentale nella compressione, mai vista in tutta la nostra storia repubblicana, dei diritti più elementari della persona imposti da questa quarantena. E questa paura si nutre di un bisogno di protezione (soprattutto laddove la politica, il sostegno all’istruzione e alla cultura hanno abbandonato i cittadini da tempo), di leggi repressive e di un’ipocrita retorica che ignora le difficoltà immani che, ogni giorno, incontrano gli operatori sanitari e chi è costretto ad andare al lavoro, anche nelle zone più esposte al contagio.

L’aspetto comunicativo, dunque, ha assunto un’importanza centrale nella costruzione di una narrazione distorta. Un esempio eclatante è stata la versione che i media mainstream hanno diffuso del discorso del premier britannico, Boris Johnson, tenuto il 12 marzo scorso per annunciare le prime misure di emergenza (con tempi diversi rispetto ad altri paesi: nel Regno Unito, la quarantena è iniziata il 23 Marzo).

Anche le politiche britanniche di austerità degli ultimi decenni hanno fatto danni al sistema sanitario nazionale, così come non sono da escludere eventuali responsabilità in merito ad una discutibile gestione di questa emergenza. Altra cosa, però, è ridurre quel discorso ad un messaggio di 4 parole fatto di strafottenza verso malati e vittime in nome dell’immunità di gregge (cosa che non è stata mai affermata). Per fortuna, Massimiliano Bolondi ha tradotto in italiano l’intero discorso di Johnson e ha ricostruito efficacemente la maniera inquietante in cui è stata falsamente bollata come irresponsabile la politica dell’attuale governo britannico (https://bit.ly/2xEr8jb).

In particolare, è stato interessante vedere quanto numerosi e violenti siano stati gli strali moralistici provenienti dall’Italia verso un altro Paese che decideva di adottare un approccio diverso alla gestione di un problema che ha per oggetto qualcosa, il Coronavirus, che è, vale la pena ribadirlo, praticamente sconosciuto per ammissione stessa degli scienziati più autorevoli.

La tempesta mossa dall’ignoranza sulla “natura” del virus (di cui nessuno sa, ma tutti scrivono), dalla paura e dalla totale clausura (combinate con un bombardamento mediatico pressoché monotematico) ha fatto sì che l’attenzione venisse spostata su di un discorso falsificato per denigrare le decisioni di un altro governo mentre, in Italia, dopo numerosi messaggi contraddittori (la pandemia è sotto controllo, non c’è pericolo, Burioni, 9 Febbraio, https://www.youtube.com/watch?v=CaCRUFo3-Ig oppure “Siamo prontissimi”, Conte, 30 Gennaio, https://www.youtube.com/watch?v=PSSLq5_fmMk) si prendevano decisioni d’emergenza di dubbia costituzionalità, repressive della libertà individuale più elementare (nessuno ha dimostrato che fare una passeggiata solitaria all’aperto possa contribuire a diffondere il contagio, ma si procede con le forze dell’ordine e le multe), e anche di dubbia efficacia.

Mentre il Parlamento è stato ridotto ad essere poco più che un fantasma (problema grave che, anche se in termini diversi, viene sollevato dalla stampa anche qui, nel Regno Unito) per via di una discutibile deriva decretista del governo, si sta facendo significativamente strada tra giuristi e filosofi del diritto (notori sono gli intervent di Agamben, Cassese, Mattei, Villone) una questione molto seria: la gestione securitaria del governo e delle regioni, in nome della tutela della salute, si muove in chiara violazione della Costituzione, delle principali libertà e dei diritti inviolabili della persona (a tal proposito, un’illuminante analisi si può leggere qui: https://bit.ly/3bvGDIC).

Nel Regno Unito, invece, è possibile uscire di casa senza restrizioni e, anzi, viene raccomandato di fare attività fisica o anche una passeggiata per tenersi in salute (mens sana in corpore sano) purché le distanze di sicurezza vengano rispettate. Il regime di quarantena con la chiusura di uffici e negozi (a parte farmacie e supermercati) è in vigore, ma non mortifica la libertà di movimento del singolo cittadino, nel rispetto delle regole di sicurezza.

Da questa serie di considerazioni scaturite da un confronto, seppure non esaustivo, su ciò che sta avvenendo in Italia e nel Regno Unito, emerge, con forte preoccupazione, che, salvo le eccezioni di cui sopra, i principali mezzi di informazione di massa (TV e stampa), in Italia, stanno facendo poco o nulla per incalzare il governo sui provvedimenti messi in campo (né sulla loro stessa efficacia né tantomeno sulla loro legittimità), a differenza, per esempio, di quanto accade nel Regno Unito.

Quelle che dovrebbero essere le sentinelle della democrazia continuano a fornire un appoggio incondizionato (oltre che, troppo spesso, infarcito di retorica nazionale a buon mercato) a tutte le decisioni del governo che procede a colpi di decreti di emergenza e alla creazione di apposite task forces per controllare ed, eventualmente, censurare la diffusione delle informazioni considerate ‘false’ o ‘ allarmanti’ (in base a quali criteri, se gli esperti sono quasi sempre discordi tra loro?).

Oltre alla limitazione oggettiva di elementari diritti della persona e del cittadino in questa fase di emergenza, se tutto questo dovesse divenire prassi consolidata (e difficilmente chi governa rinuncia a poteri speciali dati da situazioni di emergenza), ci troveremmo anche di fronte ad un controllo dell’informazione per mezzo di autorità statali. In altre parole, saremmo di fronte ad una prova tecnica di regime.

Mai prima d’ora si è potuto riscontrare un tale livello di compattezza tra i messaggi a senso unico, ma a diversi livelli, da parte di forze governative e mezzi di informazione. Il consenso di massa che ne è derivato, per via di una paura diffusa in ogni dove e dagli aspetti ignoti, è impressionante. La paura e il consenso sono da sempre i pilastri su cui fondare un regime partendo da una situazione di necessità (in questo caso, la pandemia) che pone chi detiene il potere in una posizione di inattaccabilità.

Tutto questo vale anche se si considera il linguaggio usato nella propaganda e nella retorica di questi ultimi mesi. Di fronte alla più totale impreparazione e ignoranza di ciò che stava avvenendo, espressioni come “Siam pronti alla morte” (ripescato impropriamente dall’inno nazionale), “Siamo in guerra”, “Ce la faremo”, “Vinceremo”, “Le nostre armi”… tradiscono un approccio non soltanto diretto verso soluzioni drastiche, ma anche, e soprattutto, verso la veicolazione di messaggi intrisi di una mentalità militaresca che ha lo scopo di compattare la massa dei cittadini all’ordine venuto dall’alto.

È necessario tenere desta l’attenzione su questo punto perché, su tali basi, non è possibile escludere che si stia preparando il terreno ad una particolare predisposizione psicologica che consiste in una sempre più massiccia infiltrazione di una cultura e di una mentalità fascista (o quantomeno fascistoide) nella ricerca di soluzioni, sia sul piano governativo che su quello della pubblica opinione di massa, ai problemi in ambito politico, sociale e morale. In particolare, in questa emergenza dovuta al Covid 19, una certa ignorante tendenza alle soluzioni sommarie dei problemi, con il consenso diffuso dei governati, pare essere un significativo indicatore da non sottovalutare nella analisi di quella che si può definire senza esitazioni una risposta reazionaria e irrazionale ad un problema più complesso.

Andando oltre il piano giuridico, dove la violazione della Costituzione è stata già dimostrata dai giuristi citati, tale violazione avviene nel discorso politico e, cosa ancora più grave, va ad attaccare il cuore della cultura democratica del Paese, quella anti-fascista e anti-totalitaria su cui si basano non soltanto i principi della nostra Costituzione, ma quelli delle moderne democrazie nazionali: libertà, eguaglianza, solidarietà.

Per motivi chiari a tutti, infatti, le libertà individuali sono fortemente limitate senza il supporto di una tangibile ragione scientifica mentre in Paesi come il Regno Unito e la Germania questo non avviene. Inoltre, l’emergenza è sì sanitaria, ma anche economica e sociale. In essa, le diseguaglianze si esasperano.

Non è vero che, dopo, arriverà la primavera. Lo stare a casa di chi una casa ce l’ha e vive in buone condizioni è diverso dallo stare in casa di chi, invece, vive per strada, in carcere, in un campo di accoglienza o in un basso di Napoli con 10 persone e pochi metri quadri a disposizione. Per non parlare dello stare a casa di chi un lavoro lo ha perso o di quello di donne e bambini maltrattati da mariti e genitori con problemi seri. No, non è vero che ci riabbracceremo, se continueremo a pensare che stando a casa sarà sufficiente a salvarci la pelle. Ognuno proverà a salvare se stesso con i mezzi che avrà a disposizione, i quali non sono uguali per tutti.

È difficile, quindi, immaginare quanto riusciremo ad onorare il principio della solidarietà nel momento in cui la dimensione fondamentale dell’essere umano (quella della socialità) viene così fortemente limitata dalla necessaria distanza di sicurezza. Sarà ancora più difficile sovvertire il paradigma sociale neoliberista, che naturalizza le diseguaglianze, in questa situazione inedita in cui la stessa empatia tra persone viene ostacolata dalla distanza, un male che probabilmente sarà necessario tollerare per diverso tempo. L’unico modo per evitarne una deriva socialmente egoistica sarà quella di cercare sempre l’altro e non di vederlo come un possibile untore, anche quando cammina da solo per strada o in riva al mare.

Deve essere chiaro a noi stessi che non è il Coronavirus, di per sé, a fare questo, ma è la nostra immediata e potenzialmente futura reazione ad esso. Dal Coronavirus si potrà guarire, ma il “come guariremo” deve imporci una riflessione prima che sia troppo tardi, prima che una negazione, di fatto, dei principi cardine della nostra vita civile e politica possa realizzarsi iniziando a far girare all’indietro le lancette del nostro tempo.

Antonio Polichetti

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