La Digos interviene in 18 città, coinvolgendo anche 51 minorenni. Le responsabilità vanno accertate senza criminalizzare intere mobilitazioni
C’è un copione ormai fin troppo riconoscibile: di fronte al conflitto sociale, il governo risponde con la repressione, trasforma la protesta in un problema di ordine pubblico e presenta il dissenso come una minaccia da neutralizzare. Le perquisizioni della Digos in 18 città italiane, con cento persone coinvolte, tra cui 51 minorenni, segnano un ulteriore salto di qualità in questa direzione.
Mentre il ministro Piantedosi parla di «reti di comunicazione» da individuare, di dispositivi rafforzati, di militari e zone rosse, si costruisce un clima di sospetto che rischia di investire un’intera area di protesta. I disordini vanno accertati, le responsabilità individuali dimostrate, ogni violenza perseguita. Ma una cosa è indagare su fatti specifici, un’altra è alimentare una narrazione che confonde il dissenso con la minaccia.
È questa la deriva più pericolosa: far passare l’idea che manifestare, organizzarsi, mobilitarsi siano attività da sorvegliare e reprimere. Le piazze non sono proprietà del governo, né il conflitto sociale può essere cancellato a colpi di perquisizioni e zone rosse.
La sicurezza non può diventare il pretesto per restringere gli spazi democratici. Perché quando il potere tratta la protesta come un nemico, a essere sotto attacco non sono soltanto i manifestanti, ma il diritto di tutti a dissentire. E il silenzio imposto non è pace: è democrazia impoverita.
Alessandro Manna
