L’industria militare britannica segna un semestre da record grazie al riarmo globale e ai fondi pubblici del governo Starmer. Ma dietro i numeri si nasconde un’economia che prospera su conflitti, bombardamenti e vittime.
Nel primo semestre del 2025, Bae Systems — uno dei principali colossi dell’industria bellica mondiale — ha registrato un utile netto di 969 milioni di sterline (circa 1,15 miliardi di euro), con un incremento del 9% nelle vendite previste per l’intero anno, pari a 13,6 miliardi di sterline. A trainare questi risultati sono stati i nuovi investimenti militari del governo britannico, guidato da Keir Starmer, nell’ambito degli impegni NATO e in risposta alla crescente instabilità internazionale, in particolare alla guerra in Ucraina.
Tra le commesse principali: jet da combattimento, sottomarini nucleari, sistemi missilistici e veicoli blindati. Il CEO Charles Woodburn ha definito il semestre “una forte performance operativa e finanziaria”, dichiarando piena fiducia nel futuro e nella capacità dell’azienda di espandere la propria presenza nel mercato globale della difesa.
Nel lungo periodo, Bae Systems è protagonista anche del programma Tempest, in collaborazione con l’italiana Leonardo, per lo sviluppo di un nuovo caccia stealth di sesta generazione. Dal 2022, il progetto è confluito nel Global Combat Air Programme (Gcap), che coinvolge anche Giappone e Mitsubishi.
Dietro i profitti: bombe, conflitti e vite spezzate
Nonostante il linguaggio neutro dei report finanziari, la realtà sottostante è chiara: questi profitti vengono generati dalla produzione di armi usate nei conflitti reali. Ogni contratto firmato, ogni missile venduto, ogni sistema d’arma consegnato, si traduce — direttamente o indirettamente — in bombardamenti, distruzioni, sfollamenti, vite umane spezzate. È un’economia costruita sul conflitto, in cui la guerra non è una tragedia da evitare, ma una condizione di mercato da cui trarre vantaggio.
Il fatto che questi utili siano resi possibili da fondi pubblici — soldi dei contribuenti — dovrebbe sollevare una profonda riflessione politica. In un mondo attraversato da crisi climatiche, povertà e diseguaglianze, la priorità di molti governi resta l’espansione degli arsenali. La sicurezza viene definita in termini bellici, mentre le soluzioni diplomatiche e i percorsi di pace vengono relegati ai margini.
Non è un tabù dire che queste aziende prosperano grazie alle guerre. La loro crescita economica è proporzionale all’intensificarsi dei conflitti. Più bombardamenti, più distruzione, più vittime: più utili. Questo è il volto nudo di un sistema che rende il conflitto una risorsa, e la morte una variabile del profitto.
Nel celebrare questi risultati, è doveroso chiedersi: che mondo stiamo costruendo? E chi ne paga davvero il prezzo?
CiCre

