Le tracce di chi tornò a vivere tra le case devastate dal Vesuvio
Pompei non fu semplicemente sepolta e abbandonata per sempre dopo l’eruzione del 79 d.C. Come si è a lungo immaginato, il dramma della catastrofe ha oscurato un capitolo successivo, meno noto ma ugualmente significativo. Recenti scavi nell’area dell’Insula Meridionalis hanno infatti portato alla luce tracce di una rioccupazione della città, testimoniando che la vita, in qualche modo, continuò tra le macerie e la cenere.
I dati emergenti dal cantiere confermano ipotesi già avanzate in passato: alcuni sopravvissuti, impossibilitati a ricominciare altrove, e forse nuovi arrivati in cerca di rifugio e di opportunità, tentarono di stabilirsi fra le rovine. Abitare Pompei non significava più vivere in una città organizzata, bensì in un insieme precario e disordinato di insediamenti improvvisati. Le abitazioni erano spesso limitate ai piani superiori ancora visibili sopra la cenere, mentre i piani terra divennero scantinati e luoghi di lavoro, dove si accendevano focolari, forni e si montavano mulini.
Si stima che Pompei contasse circa 20mila abitanti prima dell’eruzione, ma il numero esatto delle vittime rimane incerto. Le circa 1300 salme finora rinvenute suggeriscono che una buona parte della popolazione riuscì a fuggire o sopravvivere, seppure molti rimasero sul territorio. Alcune iscrizioni pompeiane rinvenute in altri centri della Campania confermano la diaspora di sopravvissuti, ma non tutti ebbero la possibilità di ricostruirsi una vita lontano dal disastro. Da qui, probabilmente, il ritorno di molti nell’antica città, attratti anche dalla possibilità di recuperare oggetti di valore sepolti nel terreno.
La situazione sociale e abitativa era evidentemente difficile, senza le infrastrutture e i servizi che avevano caratterizzato Pompei prima del 79 d.C. Si trattava di un’insediamento instabile, quasi un accampamento, che tuttavia sopravvisse fino al V secolo d.C., quando la città fu definitivamente abbandonata, forse a causa di un’ulteriore eruzione, quella detta di Pollena.
L’imperatore Tito cercò di rilanciare la città affidando a due ex consoli il compito di amministrare la Campania e gestire i beni di chi non aveva eredi, con l’intento di favorire la rifondazione di Pompei ed Ercolano. Tuttavia, il progetto non ebbe successo e la città non tornò mai al suo splendore originario.
Gabriel Zuchtriegel, direttore del sito archeologico e coautore dello studio sui nuovi ritrovamenti, sottolinea come il racconto dominante sulla distruzione abbia spesso oscurato questa realtà post-catastrofe: «Nel tentativo di valorizzare la Pompei del 79 d.C., con i suoi straordinari affreschi e arredi perfettamente conservati, molte tracce della vita successiva sono state ignorate o cancellate. Ora, grazie ai nuovi scavi, emerge una Pompei diversa, più umana e complessa: una città che non morì, ma che sopravvisse in una forma più fragile e disorganica. Noi archeologi abbiamo il compito di riportare alla luce anche questa memoria rimossa, e riflettere su quanto la storia ufficiale spesso nasconda ciò che è considerato meno rilevante».
Queste scoperte ci invitano a riscoprire Pompei non solo come una città congelata nel tempo dal disastro, ma come un luogo che continuò a vivere e a trasformarsi, testimoniando la resilienza umana anche nelle circostanze più drammatiche.
Alma

