Le origini di una figura religiosa conosciuta in tutto il mondo, la cui ricorrenza cade sabato

Cresce sempre più l’attesa a Napoli per la solennità del Santo Patrono, San Gennaro, e per il tanto atteso miracolo del suo sangue che da secoli affascina tanto fedeli devoti quanto semplici curiosi provenienti da ogni parte del mondo.

Figlio di Stefano, patrizio romano emigrato in Campania, e di Teonoria, donna di nobile casato napoletano, Ianuarius avrebbe vissuto sin da piccolo una fortissima vocazione al sacerdozio, tanto da diventare ancora piuttosto giovane vescovo di Benevento. Il suo profondo spirito cristiano ed in particolar modo l’amore per il prossimo lo avrebbero condotto inevitabilmente al martirio, in merito al quale esistono due importanti tradizioni letterarie.  La prima, riportata negli “Atti bolognesi” (VI-VII secolo d.C.), afferma che Gennaro, nel tentativo di visitare il suo amico diacono Sossio, messo in carcere a Pozzuoli per le sue attività di proselitismo, avrebbe attirato su di sé le ire del governatore Dragonzio, il quale lo avrebbe mandato  insieme ad altri suoi compagni (i diaconi Procolo, Festo e Desiderio ed i laici Eutichete ed Acuzio) nell’anfiteatro puteolano per essere sbranato dagli orsi feroci.  Tuttavia, non riuscendo in questo obiettivo in quanto lo stesso Gennaro con un segno di croce avrebbe ammansito gli animali, il carnefice avrebbe poi ordinato la decapitazione di tutti i prigionieri presso il Forum Vulcani, cioè la Solfatara. Parzialmente diverso e caratterizzato sicuramente da un punto di vista oscillante tra storia e mito, il resoconto del martirio di Ianuarius presente negli Atti Vaticani (VIII-IX secolo d.C.): secondo questa fonte più tarda, infatti, l’arresto del Santo sarebbe avvenuto a Nola in seguito alla sua efficace opera di conversione; dopo essere stato gettato dentro una fornace, ed esserne però uscito illeso, da qui il governatore Timoteo (non si fa menzione di Dragonzio) lo avrebbe condotto insieme agli stessi altri amici citati negli Atti bolognesi a Pozzuoli: qui, così come già raccontano gli Atti bolognesi, vi sarebbe stato dapprima il fallito tentativo di uccisione dei condannati nell’Anfiteatro e successivamente la loro decapitazione nella Solfatara.

Le due tradizioni ed altre fonti minori (il Calendario Cartaginese del 505, il Martirologio Geronimiano di V secolo) concordano nell’indicare l’Agro Marciano (sempre situato a Pozzuoli) come luogo di sepoltura del santo, il cui sangue sarebbe stato raccolto da una donna (forse la sua nutrice Eusebia) in due ampolle. Queste ultime, insieme alle reliquie, furono trasportate nel V secolo a Napoli dal duca-vescovo Giovanni I presso le Catacombe di Capodimonte. Da qui, poi, nell’831 furono rubate dal duca longobardo di Benevento, Sicone I, che le pose nella cattedrale della città sannita. Nel 1154, Guglielmo I il Malo, re dei Normanni, ritenendo poco sicura l’antica capitale del ducato longobardo, ne decise la traslazione presso l’Abbazia di Montevergine, ultima tappa prima del definitivo ritorno a Napoli nel 1497 per volontà del cardinale Oliviero Carafa: per tale fine fu realizzato sotto il presbiterio del Duomo partenopeo una Cripta, detta ancora oggi Succorpo.

Il culto verso San Gennaro, già presente a Napoli sin dai primi decenni seguenti il suo glorioso martirio, si sarebbe notevolmente accresciuto a seguito di un grave cataclisma: l’eruzione del Vesuvio del 16 dicembre 1631. In tale occasione, il Cardinale e gli organi politici della città, insieme al popolo richiesero intensamente un intervento salvifico del Santo, portandone fuori dalla Cattedrale il busto-reliquario e le ampolle del sangue: tale drammatica scena è immortalata in un dipinto di Micco Spadaro custodito al Museo di San Martino. Il tanto atteso segno del Santo non tardò ad arrivare e, anzi, venne accompagnato da una liquefazione “straordinaria” del sangue che ancora oggi in questa data, oltre alle ricorrenze del 19 settembre e del primo sabato di maggio (data della traslazione del sangue e delle reliquie da Pozzuoli a Capodimonte), continua a verificarsi, seppur in una forma meno solenne.

Angelo Zito

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