Pompei viaggia in Usa, in tre mostre del Mann gli americani scopriranno l’antica city vesuviana

“Pompeii. The Exhibition” porterà oltreoceano oltre 100 reperti conservati nei depositi dell’istituto napoletano

Cosa c’è dietro lo spostamento di un’opera d’arte, di un reperto archeologico dalla sua sede museale a quella di un’esposizione temporanea che racconti altrove la propria storia? Chi se ne occupa, a cosa serve, qual è l’iter? In un mondo assuefatto all’apparire senza radici, alla messa in scena senza canovaccio, anche spiegare la macchina organizzativa dietro il viaggio dei nostri capolavori e l’allestimento di una mostra all’estero diventa cambiamento di una forma mentis abituata a vedere il bene culturale itinerante come un semplice pacco da autorizzare, assicurare, imballare, trasferire. Dimenticando che quel “pacco” è il nostro bagaglio storico che viaggia nel mondo.

 

 
A spiegarlo, martedì nel giardino delle fontane del museo archeologico di Napoli, insieme a Troy Collins vicepresidente di Exihibions International, è stato lo staff del Mann diretto da Paolo Giulierini, che, dopo l’accordo firmato con la società americana, è impegnato nella preparazione di un tour negli Usa dal prossimo novembre fino a maggio 2018. Una mostra, “Pompeii. The Exhibition”, che porterà oltreoceano oltre 100 reperti conservati nei depositi dell’istituto napoletano. “Abbiamo individuato con Mondo Mostre tre città americane Kansas City, Phoenix e Tampa – precisa Giulierini -, dove il nucleo principale espositivo sarà rappresentato dal corredo della domus pompeiana del Citarista. Si prefigura così un nuovo scenario, cioè non più i classici centri noti come New York o Boston, ma anche una fascia secondaria di città altrettanto colte, ricche e con voglia di emergere. In questa maniera, da un lato disseminiamo l’immagine di Napoli e del suo museo archeologico presso i principali centri catalizzatori di cultura e dall’altro ne riceviamo in termini di visibilità ed introiti economici”. Un “museo diffuso” visibile già all’ingresso attraverso il nuovo pannello “Il Mann nel mondo”, posto di fianco la biglietteria. La carta mondiale, resa possibile grazie al contributo del Rotary Club di Napoli, infatti, consentirà al pubblico di conoscere tutte le mostre organizzate all’estero con opere provenienti dal museo partenopeo. Un passaporto digitale – per ora in anteprima con l’esempio della tazza farnese in un’ipotetica cessione provvisoria al Louvre di Parigi -, invece, va a colmare l’informazione per il visitatore che si trova di fronte la teca vuota che conteneva l’oggetto temporaneamente in prestito.

 

 

“Un museo come questo può scegliere tra opere di altissima qualità anche non esposte – ribadisce Valeria Sampaolo, conservatore capo del Mann – e stimolare la curiosità di coloro che avranno visitato la mostra negli Stati Uniti, fino a spingerli a venire a Napoli per vedere da vicino i pezzi stellari, come li definiva Paul Roberts il curatore della grande mostra pompeiana al British Museum». Messa da parte la spettacolarizzazione e il narcisistico appagamento dei curatori, Paola Rubino, responsabile Servizio prestiti, puntualizza che «l’opera fuori dalla sua sede di appartenenza svolge un’azione promozionale per il Mann, la sua assenza da Napoli deve pertanto essere vista non come una penalizzazione per il museo e i suoi fruitori, ma come un’opportunità per far conoscere il museo e la città di Napoli». Con un obiettivo: ché la mostra di grande richiamo su Pompei che attira gli stranieri non tagli fuori quello che non è Pompei, «perché il museo se è stato in primis pompeiano e farnesiano – aggiunge Rubino -, è anche museo dell’Italia meridionale e pertanto raccoglie i tesori provenienti da questo territorio e le testimonianze delle antiche civiltà del passato che lo hanno abitato”.

 

 
Prestiti oculati, valutati caso per caso, nell’incrementata attività (nel 2006 le opere cosiddette movimentate sono state circa 370, nel 2015 circa 850 e nei primi sei mesi del 2016 sono arrivate a 619). A studiare lo stato di conservazione, la trasportabilità, nel rispetto della severa normativa di riferimento, è il laboratorio di restauro del Mann, il più grande operante in Italia con i suoi 19 restauratori. «Ogni volta che un oggetto viene prestato – illustra Luigia Melillo, responsabile del laboratorio e dei rapporti internazionali del museo -, è sottoposto ad una sorta di esame clinico che ne stabilisce lo stato di conservazione e il tipo di intervento che su di esso deve essere compiuto. La scheda conservativa è l’indispensabile documento che permette poi la procedura di prestito». Insomma, una sorta di cartella diagnostica con l’anamnesi del reperto, vigilando sulla sua integrità, all’interno di un lavoro di équipe in un museo unico al mondo per l’eccezionalità delle collezioni e la rarità dei suoi pezzi. Esposti o conservati in deposito.

Claudia Procentese

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