Napoli: la lezione di Massimo Nobili, il giurista-umanista

 

Il ricordo durante il convegno “Gli occhiali del giurista e le lenti della letteratura”,

La lezione di Massimo Nobili è di grande attualità. Il suo libro ‘L’immoralità necessaria’ ci offre una riflessione sulle doti che spesso mancano nella giurisdizione. La magistratura non riflette sul principio che la giurisdizione è un potere terribile“. Così Giovanni Melillo, procuratore capo della Repubblica di Napoli, ha ricordato il professor Nobili, scomparso nel 2016 all’età di 71 anni, durante il convegno “Gli occhiali del giurista e le lenti della letteratura”, che si è svolto  nella Sala Biblioteca 2 del complesso monumentale di San Domenico Maggiore. Un appuntamento promosso dalla Fondazione Premio Napoli all’interno del nuovo salone dell’editoria “Napoli Città Libro”.

Massimo Nobili è stato un illustre maestro di procedura penale. Un esempio straordinario di giurista raffinato, attento, un umanista che ha saputo abbattere i confini tra diritto e cultura“, ha aggiunto Alfredo Guardiano, consigliere della Corte di Cassazione. Dello stesso parere gli altri partecipanti al dibattito: l’avvocato Vincenzo Siniscalchi, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura,Sergio Moccia, docente di Diritto penale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Ennio Amodio, professore emerito di Procedura penale dell’Università degli Studi di Milano, e Bruno Cavallone, già ordinario di Diritto processuale civile dell’Università degli Studi di Milano.

Alle future generazioni Massimo Nobili ha lasciato in eredità la convinzione che le iperspecializzazioni servono a poco. Il giurista deve essere in grado di muoversi anche nelle aree limitrofe del sapere, dalla letteratura alle arti figurative“, ha commentato Domenico Ciruzzi, presidente della Fondazione Premio Napoli.

Fin dal suo fondamentale lavoro “Il libero convincimento del giudice”, Nobili si è sempre distinto nel panorama giuridico e in quello intellettuale tout court come una forte voce critica, spesso isolata, pronta a cogliere la fallacia di idoli, slogan e inganni come la “mediaticità” dei processi, la cultura della “vittimologia”, i rischi di una società “giudiziaria” animata da istanze punitive e vendicative. La “ragionevole durata del processo” è stata una sua decennale battaglia, così come la necessità di mettere tutti i cittadini nelle condizioni di potersi e doversi difendere nei processi e non dai processi.

Raffinato intellettuale, nel saggio “L’immoralità necessaria” Massimo Nobili sveste i panni del giurista per lasciare la parola alla drammaturgia, alla narrativa, alle arti figurative o alla linguistica. Con passi di Shakespeare, Nobili riesce a mostrare “verità giudiziarie” divenute tali solo per la violenza del potere. Goya è una guida costante e una tela di Prud’hon inculca, nel 1808, un’ideologia napoleonica tuttora oggetto di liti (il rapporto organizzativo tra pubblici ministeri e giudici). Il problema dei verbali affiora in Anatole France e in Sandor Márai. “L’uomo senza qualità” e “I fratelli Karamàzov” offrono pagine decisive sulle perizie, mentre Karl Kraus e François Rabelais ci parlano delle prove falsificate.

 

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