Le gender cages di Paolo Valerio, quando arte e psichiatria dialogano

La personale dell’artista, docente di Psichiatria alla Federico II, sarà visitabile sino al prossimo 10 agosto

L’arte come strumento di indagine psicologica ed al tempo stesso di denuncia sociale. Con queste poche parole si può riassumere il messaggio di fondo di “Gender roles, gender cages and surroundings.”, mostra curata da Paolo Valerio, professore ordinario di Psichiatria dell’Università Federico II, allestita dallo scorso 12 luglio presso il Salone delle Carceri del Castel dell’Ovo di Napoli.
Il docente, grande appassionato di scultura, nonché presidente della Fondazione Genere Identità e Cultura, è solito radunarsi ormai da diversi anni nei weekend insieme ad un gruppo di amici di varia estrazione sociale (intellettuali, commercianti, burocrati) presso una fatiscente struttura balneare di Pozzuoli, da lui definita “lo Scoglio”, dove il mare riversa sulla battigia con l’alternarsi delle maree oggetti di ogni tipo. Questi ultimi diventano per lui fonte d’ispirazione per vere e proprie opere di arte contemporanea, spesso piene di contenuti ideologici importanti quali la difesa dei diritti di alcune categorie umane discriminate (gay, lesbiche, trans, persone disabili). Funi, reti usate per la pesca o per avvolgere le cozze coltivate nei limitrofi vivai del Fusaro, cornici, bambole, palloni sgonfi: queste le peculiarissime componenti che permettono a Valerio di dar vita a prodotti “parlanti”, le gender cages, ovvero quelle “gabbie di genere” in cui gli uomini e le donne si trovano spesso ancora oggi ad essere rinchiusi sulla base di arcaici stereotipi. I suoi manufatti, dunque, assumono talvolta il valore della denuncia, come nel caso dell’“Insostenibile peso del nulla”, di “Attento ai falli” e di “The dark side of the mind”. Al tema della doppiezza dell’identità umana sono dedicati “About a white flower” e “About a man…hero or puppet?”, opera, questa, rappresentata da un pupazzo che fuoriesce da un intrico complesso di corde e nasse. Un gruppo di conchiglie accatastate l’una sull’altra (“Still life…about life and death”) diventa poi l’emblema della “prigione” in cui spesso sono costrette a vivere le minoranze strenuamente difese dall’artista.

 

 
“Contaminazione tra arte e psichiatria, la stridenza tra arte e lavoro scientifico, la volontà di rimettersi in gioco con un vocabolario plastico differente sono tra le caratteristiche dell’artista – scrive il critico Raffaele Loffredo nella brochure di presentazione della mostra – La sua grammatica scultorea, se da un lato risente dichiaratamente della lezione materica di Burri (nella trasformazione dell’opera per le sue stesse caratteristiche materiche e naturali), dall’altro guarda con interesse il messaggio di Beuys (artista amico di Andy Warhol, noto per il suo ciclo delle “Azioni”) nel labile confine superato tra arte e vita e nella socialità del messaggio, assumendo però una connotazione prettamente demiurgica”.
“Gender Roles, Gender Cages and Surroundings” sarà visitabile sino al prossimo 10 agosto durante il regolare orario di apertura del Castel dell’Ovo.

Angelo Zito

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