Dova Cahan, storia di una diaspora al tempo delle persecuzioni

La scrittrice romena di origini ebraiche ha presentato a Napoli il libro in cui racconta la sofferta vicenda di suo padre, costretto alla fuga dal regime comunista

La storia di una famiglia come strumento di condanna verso ogni forma di discriminazione. La scrittrice romena di origini sioniste, Dova Cahan, ha presentato nel pomeriggio di ieri a Napoli, presso il Caffè Letterario “Il tempo del vino e delle rose” di Piazza Dante, il suo libro dal titolo “Un’askenazita tra Romania ed Etiopia”: un tributo, il suo, alla memoria dell’adorato padre, Herscu Saim, costretto a fuggire con la sua famiglia in Eritrea a seguito dell’avvento del regime comunista filo-sovietico.
Ad introdurre l’evento la presidente dell’Associazione “Donne a testa alta”, Tina Bianco: “Sono sempre emozionata ogni volta che incontro Dova. Ci siamo conosciute su facebook e da lì mi ha mandato una copia del suo libro. Leggendo soprattutto i passi in cui viene ricordato il dramma della persecuzione ho provato un dolore profondo, quasi fisico. La nostra è un’amicizia forte che va al di là della differenza di credo, anzi si può dire che ogni nostro incontro – ha evidenziato – diventa un buon motivo per cercare ulteriori punti di contatto tra la mia cultura, cattolica, e la sua”.
Con molta semplicità e discrezione Dova Cahan ha spiegato ai presenti la scelta di Napoli come fondamentale tappa del suo programma di incontri finalizzati alla divulgazione del suo lavoro: “Dopo aver girato già diverse città italiane, ho tenuto moltissimo a presentare il mio volume anche a Napoli, e ciò per due ragioni essenziali: da una parte, perché tra qualche giorno avrà qui luogo la Giornata della Cultura ebraica alla quale intendo partecipare (il prossimo 18 settembre); dall’altra, perché ho dei forti sentimenti e delle amicizie che mi legano a questa città nella quale giunsi per la prima volta da ragazzina con mio padre il quale volle creare una fabbrica di carne in scatola nei pressi di Avellino. Purtroppo, se eravamo riusciti a salvarci in Romania dalla persecuzione nazista, non fu possibile la stessa cosa con la feroce dittatura comunista. A causa della scadenza del visto turistico, fummo costretti nel febbraio 1948 a lasciare dopo pochissimo tempo il territorio dove sarebbe poi sorto ufficialmente lo Stato d’Israele e ad andare nell’Eritrea italiana: di quel periodo in Africa, conservo fortunatamente ancora bellissimi ricordi! Desiderosa di riappropriarmi delle mie origini ebraiche, solo nel 1977, tre anni dopo la morte di mio padre, ho avuto modo di trasferirmi con mia sorella a Tel Aviv dove tuttora risiedo. Nonostante il tempo, tuttavia, la mia lingua e la mia cultura si può dire che sono rimaste italiane – ha concluso l’autrice – ed il libro, attraverso il quale intendo stigmatizzare ogni forma di persecuzione, vuole essere anche una sorta di omaggio a questo Paese, pur senza dimenticare la Romania la cui immagine intendo difendere soprattutto alla luce delle recenti tristi vicende dei rom”.

Angelo Zito

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