Rigettate le eccezioni preliminari della difesa, il dibattimento procede con l’accusa di omicidio volontario al magnate svizzero, per la morte di otto persone
Non solo erano a conoscenza dei danni da esposizione all’amianto, ma misero in campo una vera e propria “campagna di disinformazione” per contrastare le teorie dello scienziato statunitense Irving Selikoff, sugli effetti nocivi per la salute umana. L’accusa ai vertici dell’Eternit arriva dal pm Anna Frasca, e risuona nell’aula del tribunale di Napoli dove è alla sbarra – sia pur lontano dall’Italia – il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, già titolare della multinazionale. Oggi i giudici della seconda sezione della Corte di Assise rigettano la richiesta di proscioglimento, depositata il 31 maggio dalla difesa. Le motivazioni della decisione sono lette all’inizio dell’udienza dal presidente Alfonso Barbarano, prima di aprire il dibattimento con le richieste dei mezzi istruttori. Va così avanti il processo per omicidio volontario, e non colposo, che si annuncia come una partita a scacchi. L’accusa della procura di Napoli è a titolo di dolo eventuale: c’è un confine labile con la colpa cosciente, ma la differenza è decisiva, anche per evitare rischi di prescrizione. Per le otto vittime dello stabilimento di Bagnoli – sei operai e due familiari – gli inquirenti vogliono scongiurare il replay di Casale Monferrato, quando le accuse a Schmidheiny si erano prescritte. Dunque la contestazione all’imputato, unico rimasto in vita tra i presunti responsabili: il diktat societario era “tenere a bada” le temibili teorie di Selikoff e “mantenere l’esposizione all’amianto entro i limiti prefissati”. Ma il limite indicato “si riferiva – specifica il pm – al livello al di sotto del quale si evitava il disastro e non la possibilità di ammalarsi e di morire dei dipendenti”. All’ipotesi accusatoria replica il difensore dell’imprenditore, Astolfo Di Amato, secondo cui nei bilanci dell’Eternit figuravano massicci investimenti, pari a circa 80 miliardi di vecchie lire, per l’adozione di misure di sicurezza. “In questo processo le vittime sono otto – sottolinea l’avvocato Flora Abate dell’Osservatorio nazionale amianto, una delle parti civili, – ma il rischio di ammalarsi di malattie asbesto sussiste anche nell’arco di trent’anni dall’esposizione. Ci saranno altri malati e altri morti, molti di più delle 258 persone che fanno parte di questo primo filone. Noi speriamo che ci siano giudici coraggiosi che abbiano la forza e la volontà di far valere la giustizia non solo da punto di vista processuale. Finora ci sono stati troppi morti e poche persone che hanno pagato per questi decessi”. E aggiunge l’avvocato Elena Bruno, legale di Mai più Amianto, che “Il tribunale di Napoli è stato molto coraggioso, il primo in Italia ad intraprendere un processo per omicidio volontario. Siamo fieri di quest’ impostazione perché finalmente l’imputato potrà rispondere pienamente delle sue vere responsabilità”. Il processo si aggiorna alla prossima udienza del 27 settembre, quando in aula compariranno due periti, quali testi dell’accusa.
