Il ministero blocca i trasporti in nome del 2 novembre. Il sindacato sfida l’ordinanza: “Decisione illegittima, confermiamo lo sciopero”
L’ennesima precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini non ha nulla a che fare con la tutela dei cittadini, ma risponde soltanto alla solita propaganda politica sulla pelle di chi lavora. Vietare lo sciopero generale del comparto trasporti — indetto dall’Unione Sindacale di Base (USB) per venerdì 30 ottobre — sventolando il pretesto della Commemorazione dei Defunti del 2 novembre è un’operazione grottesca. Tra la protesta e la ricorrenza corrono due giorni di scarto, ma al Ministero tanto basta per costruire la scusa perfetta e mettere il bavaglio alle rivendicazioni dei lavoratori.
Salvini cerca il palcoscenico a tutti i costi, ergendosi a difensore degli affetti popolari mentre demolisce nei fatti il diritto costituzionale allo sciopero. Ma la realtà racconta un’altra storia: la Commissione di Garanzia e il Ministero continuano ad allargare in modo arbitrario le cosiddette “franchigie”, estendendo i periodi in cui è vietato protestare fino a coprire quasi l’intero calendario. Un meccanismo soffocante già finito sotto la lente del Comitato Europeo dei Diritti Sociali, che ha esplicitamente criticato l’eccesso di limiti imposti al conflitto sindacale in Italia.
La risposta del sindacato: “Disobbediamo”
Non si tratta di rispetto per i cari estinti, ma di una precisa scelta politica: silenziare la rabbia sociale. Di fronte a salari divorati dall’inflazione, ritmi di lavoro insostenibili, privatizzazioni e tagli ai servizi pubblici, il governo risponde con l’autoritarismo e l’imposizione del silenzio.
Per questo la scelta di USB di confermare la mobilitazione e disobbedire all’ordinanza ministeriale rappresenta un atto di straordinaria dignità e resistenza. Pur sapendo di andare incontro a sanzioni economiche pesantissime e ingiuste, il sindacato e i lavoratori scelgono di non piegarsi a un atto ritenuto palesemente illegittimo.
Il 30 ottobre non sarà solo una giornata di astensione dal lavoro, ma un segnale chiaro inviato all’esecutivo: il diritto a difendere le proprie condizioni di vita non si precetta. Quando l’ingiustizia diventa norma, la disobbedienza torna a essere un dovere sociale.
Alessandro Manna

