La Repubblica Islamica rivendica una vittoria storica dopo aver resistito alle pressioni militari, economiche e diplomatiche delle due principali potenze avversarie
Per mesi ci hanno raccontato che l’Iran sarebbe stato piegato. Che la Repubblica Islamica era isolata, indebolita, prossima al collasso. Ci hanno detto che la pressione economica, diplomatica e militare avrebbe costretto Teheran ad arrendersi. E invece, ancora una volta, la realtà ha smentito la propaganda. Oggi l’Iran è ancora lì.
La sua leadership è ancora al suo posto. Le sue istituzioni non sono crollate. Il suo ruolo regionale non è stato cancellato. E soprattutto non si è verificato quel cambio di regime che tanti osservatori occidentali e israeliani avevano lasciato intendere come obiettivo finale dello scontro.
Se si guarda all’esito della crisi attraverso la lente della strategia geopolitica, emerge una domanda inevitabile: chi ha davvero ottenuto ciò che voleva?
Gli Stati Uniti avevano promesso di ridimensionare l’Iran, di costringerlo a capitolare e di imporre nuovi equilibri regionali. Alla fine, però, si sono ritrovati a trattare con quella stessa leadership che avrebbero dovuto isolare e sconfiggere.
È il paradosso che accompagna molte guerre moderne: la superpotenza dispone di una superiorità militare schiacciante, ma non riesce a trasformarla in una vittoria politica.
È successo in Vietnam. È successo in Afghanistan. Secondo la lettura proposta da Teheran e dai suoi sostenitori, qualcosa di simile si è verificato anche in questo caso.
Naturalmente il paragone con il Vietnam va usato con prudenza. I contesti storici, politici e militari sono profondamente diversi. Ma il punto centrale del confronto non riguarda i mezzi impiegati bensì il risultato finale: una grande potenza che mobilita enormi risorse senza riuscire a conseguire gli obiettivi strategici dichiarati.
Per l’Iran questa è la vera vittoria. Non una vittoria fatta di bandiere issate su territori conquistati. Non una vittoria celebrata attraverso la conquista militare. Ma la dimostrazione che uno Stato sottoposto a enormi pressioni è riuscito a sopravvivere senza rinunciare ai propri interessi fondamentali.
Per anni gli avversari della Repubblica Islamica hanno sostenuto che le sanzioni, l’isolamento internazionale e la pressione militare avrebbero provocato una frattura irreparabile tra il popolo iraniano e le istituzioni dello Stato.
Secondo la narrativa ufficiale iraniana, sarebbe accaduto esattamente il contrario. Di fronte alla prospettiva di un confronto con potenze straniere e alle continue minacce provenienti dall’esterno, una parte significativa della popolazione avrebbe scelto di mettere in secondo piano le divisioni interne per difendere la sovranità nazionale. I tentativi di trasformare il malcontento sociale in una leva per favorire un cambiamento di regime non avrebbero prodotto i risultati sperati.
È un elemento che Teheran considera centrale. L’obiettivo non dichiarato di molti attori internazionali era infatti quello di separare il popolo iraniano dalle istituzioni della Repubblica Islamica. Ma la crisi avrebbe finito per rafforzare proprio quel sentimento nazionale che gli avversari dell’Iran speravano di indebolire.
Molti iraniani possono avere opinioni diverse sul governo, sull’economia o sulle riforme. Tuttavia, nella lettura proposta dalla leadership iraniana, quando il Paese si trova sotto pressione esterna prevale il sentimento patriottico e la difesa della sovranità nazionale.
Per i sostenitori della Repubblica Islamica, il fallimento di questa strategia rappresenta una delle più importanti vittorie politiche ottenute durante la crisi. Nel frattempo, la retorica che aveva accompagnato l’inizio dello scontro si è progressivamente affievolita. Le promesse di una trasformazione radicale del Medio Oriente si sono scontrate con una realtà molto più complessa.
L’Iran continua a essere uno degli attori centrali della regione. Continua a esercitare influenza politica e strategica. Continua a rappresentare una realtà con cui tutti devono fare i conti. Ed è proprio questo che oggi permette a Teheran di rivendicare il successo della propria strategia.
La guida suprema iraniana sostiene che la Repubblica Islamica abbia dimostrato di poter resistere senza cedere alle pressioni considerate eccessive. Dal punto di vista iraniano, il fatto stesso che Washington abbia accettato di negoziare rappresenta il riconoscimento implicito dei limiti della coercizione e della forza.
La storia stabilirà quali saranno le conseguenze definitive di questa crisi e quali effetti produrrà sul lungo periodo. Ma una cosa appare già evidente: la Repubblica Islamica che molti annunciavano come prossima alla fine non soltanto è sopravvissuta, ma è riuscita a presentarsi davanti al proprio popolo e al mondo come uno Stato che ha resistito.
Per questo, nei media vicini a Teheran e tra coloro che sostengono la linea della resistenza, il messaggio è semplice e potente: l’Iran non è stato sconfitto.
Al contrario, sarebbe uscito dalla crisi più forte, più legittimato e più convinto della propria capacità di sfidare le grandi potenze.Come il Vietnam mezzo secolo fa, l’Iran ritiene di aver dimostrato che la superiorità militare non garantisce automaticamente la vittoria politica. E proprio questa convinzione alimenta oggi il racconto di una vittoria che, agli occhi dei suoi sostenitori, ha già assunto una dimensione storica.
Ciro Crescentini

