Le organizzazioni denunciano il rischio di autocensura dopo la maxi azione legale depositata negli Stati Uniti
Una richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari presentata negli Stati Uniti contro Report e Il Fatto Quotidiano ha suscitato la reazione delle principali organizzazioni della categoria giornalistica, che denunciano il rischio di un effetto intimidatorio nei confronti dell’informazione e del giornalismo d’inchiesta.
Al centro della vicenda vi sono alcune inchieste dedicate alla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti e ai rapporti che coinvolgerebbero il suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani.
In seguito alla causa avviata negli Stati Uniti, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) e Stampa Romana hanno espresso pubblicamente la propria vicinanza alle due redazioni.
Nel comunicato congiunto, le due organizzazioni definiscono l’iniziativa giudiziaria come l’ennesimo esempio di «un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa», caratterizzato da richieste economiche ritenute sproporzionate e finalizzate a esercitare pressione sulle testate giornalistiche. Fnsi e Stampa Romana parlano di richieste «fuori da qualsiasi ragionevole parametro», accompagnate dalla volontà dichiarata di colpire economicamente i media considerati scomodi.
La causa è stata depositata presso la Corte distrettuale federale di New York dagli avvocati della divisione statunitense del gruppo imprenditoriale riconducibile a Cipriani. Nel documento, composto da 43 pagine, vengono contestate quelle che i ricorrenti definiscono «accuse false e sensazionalistiche» riguardanti i presunti rapporti dell’imprenditore con Jeffrey Epstein, le ricostruzioni relative a feste organizzate nel ranch uruguaiano denominato «Gin Tonic» e alcuni aspetti legati alle procedure di adozione e alle cure del figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti.
L’azione legale non è stata impostata come una tradizionale causa per diffamazione. I legali contestano invece presunte condotte riconducibili a interferenza illecita nei rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale. Una strategia che riflette le peculiarità del sistema giuridico statunitense, dove la tutela della libertà di stampa presenta caratteristiche differenti rispetto agli ordinamenti europei.
Nel loro intervento, Fnsi e Stampa Romana ribadiscono inoltre «l’importanza del giornalismo d’inchiesta» e denunciano quella che definiscono la «protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie». Le due organizzazioni sottolineano anche come il ricorso alla magistratura americana possa rappresentare un ulteriore aggravio per le redazioni coinvolte, nel tentativo di «stringere ulteriormente il cappio» attorno agli organi di informazione interessati.
Sulla vicenda è intervenuta anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg), che ha espresso «piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni». Secondo il presidente Paolo Perucchini, richieste risarcitorie di importi così elevati possono produrre «un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa», soprattutto quando riguardano attività investigative svolte nell’interesse pubblico.
Perucchini sottolinea come il giornalismo investigativo rappresenti «uno dei pilastri fondamentali di una società democratica» e avverte che le cosiddette «cause bavaglio» rischiano di generare «un clima di autocensura», con conseguenze che andrebbero oltre le singole testate coinvolte e finirebbero per incidere sull’intero sistema dell’informazione.
Il presidente dell’Alg osserva inoltre che la scelta di promuovere il procedimento davanti a un tribunale federale statunitense appare «sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando fuori casa», rafforzando così le preoccupazioni espresse dal mondo dell’informazione riguardo agli effetti che iniziative di questo tipo possono avere sul diritto di cronaca e sulla libertà di stampa.
Ciro Crescentini

