Ventuno scali, dieci in Italia, si fermano contro il riarmo europeo e l’uso militare dei porti
Il Mediterraneo, snodo cruciale del commercio mondiale, per un giorno rallenta fino quasi a fermarsi. Il 6 febbraio una rete di porti che va dal Nord Italia alle sponde nordafricane incrocerà le braccia in uno sciopero internazionale contro la guerra, il riarmo europeo e l’uso degli scali civili come ingranaggi della macchina militare. Non una protesta simbolica, ma un’interruzione reale dei flussi logistici: almeno 21 porti coinvolti, dieci dei quali in Italia, insieme a scali di Grecia, Spagna, Marocco e Turchia.
Al centro dell’iniziativa c’è una presa di posizione netta: i lavoratori dei porti rifiutano di essere parte della filiera bellica. «I portuali non lavorano per le guerre» non è solo uno slogan, ma una dichiarazione politica e materiale che chiama in causa il ruolo della logistica globale nei conflitti contemporanei. Bloccare un porto significa colpire uno dei punti nevralgici dell’economia di guerra, quella stessa economia che – denunciano i promotori – produce profitti per l’industria degli armamenti mentre scarica precarietà, rischi e compressione dei diritti su chi lavora.
La mobilitazione è stata costruita da sindacati portuali di diversi Paesi: Unione Sindacale di Base (USB) in Italia, Enedep in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-Is in Turchia e ODT in Marocco. Un coordinamento transnazionale che mette in discussione la crescente militarizzazione degli scali mediterranei e il loro utilizzo come retrovie operative per i conflitti armati. Le rivendicazioni includono lo stop alla movimentazione di armamenti, in particolare verso Israele, e l’appello a governi e amministrazioni locali affinché adottino misure di embargo commerciale. Nel mirino c’è anche il piano di riarmo dell’Unione europea, letto come un acceleratore di privatizzazioni, automazione forzata e riduzione delle tutele in settori già sottoposti a forte pressione.
Lo sciopero del 6 febbraio non nasce dal nulla. È l’ultimo passaggio di una sequenza di lotte che negli ultimi mesi hanno attraversato i porti del Mediterraneo. A giugno 2025, a Fos-sur-Mer, in Francia, i portuali hanno rifiutato di caricare un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici destinati all’esercito israeliano su una nave della compagnia ZIM, dichiarando apertamente di non voler partecipare al genocidio in corso a Gaza. Quel gesto ha avuto un’eco immediata anche in Italia, dove a Genova e in altri scali lavoratori e collettivi hanno organizzato presidi e monitoraggi delle navi sospette.
A settembre 2025, a Ravenna, la convergenza tra portuali e cittadinanza attiva ha portato al blocco di container di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca e diretti a Haifa. Le segnalazioni dei lavoratori, unite a una mobilitazione di massa lungo le banchine, hanno spinto le istituzioni locali e la società di gestione del porto a impedire l’imbarco. Episodi che mostrano come l’intervento diretto nei nodi logistici possa produrre effetti concreti, rompendo la narrazione dell’inevitabilità dei traffici bellici.
In Italia, queste lotte si sono intrecciate con mobilitazioni più ampie, come lo sciopero nazionale del 22 settembre 2025 in solidarietà con la popolazione di Gaza, che ha coinvolto trasporti, portualità e altri settori strategici. Un segnale di come la guerra non sia percepita come un evento distante, ma come qualcosa che attraversa direttamente le condizioni materiali di chi lavora.
Il 6 febbraio, porti come Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo si fermeranno insieme a Pireo, Bilbao, Tangeri e Antalya. Le azioni saranno coordinate ma differenziate nei tempi, con blocchi e manifestazioni distribuiti nell’arco delle 24 ore. Un’interruzione che punta a pesare sulle catene globali del valore e, allo stesso tempo, a ribaltare il ruolo assegnato ai lavoratori della logistica: non ingranaggi silenziosi, ma soggetti capaci di scegliere, opporsi e costruire solidarietà oltre i confini.
In un Mediterraneo sempre più segnato da guerre e militarizzazione, lo sciopero dei portuali prova ad aprire uno spazio diverso: quello di una lotta comune che lega il rifiuto della guerra alla difesa del lavoro, dei diritti e della dignità.
CiCre
