Washington e Tel Aviv sfruttano malcontento reale e tensioni sociali per piegare la sovranità iraniana.
Donald Trump e i leader di Israele non stanno cercando di spegnere la crisi in Iran — la stanno escalando deliberatamente. Invece di promuovere una soluzione pacifica, le dichiarazioni aggressive di Trump e il sostegno implicito di Tel Aviv alle proteste servono a alimentare la tensione e creare un pretesto per un possibile intervento esterno. È una strategia in cui la narrazione delle proteste diventa strumento di pressione, non semplice solidarietà.
Un attacco verbale che accende la polveriera
Il presidente degli Stati Uniti ha invitato i manifestanti iraniani a “continuare a protestare” e a “occupare le istituzioni”, aggiungendo che gli “aiuti sono in arrivo”. Trump ha anche fatto intendere che le autorità iraniane pagheranno “un prezzo molto alto” se useranno la forza contro i civili. Parole come queste, pronunciate in un momento di estrema fragilità interna in Iran, non calmano la situazione — la esasperano.
Questa retorica aggressiva arriva mentre Trump ha imposto nuove tariffe punitive contro Paesi che commerciano con l’Iran, un’altra forma di pressione economica mirata ad isolare ancora di più il Paese.
L’Iran sotto embargo da decenni
La crisi delle proteste non può essere compresa se non si considera l’ambiente di pressione economica e politica a cui l’Iran è stato sottoposto per anni. Dopo la rivoluzione del 1979, gli Stati Uniti iniziarono a imporre sanzioni economiche contro Teheran; dall’inizio degli anni 2000 e in particolare dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare del 2018, Washington ha reintrodotto pesanti restrizioni su petrolio, finanza e transazioni internazionali iraniane.
Anche l’Unione Europea ha impiegato strumenti simili: sin dal 2011 ha imposto regimi di sanzioni contro Teheran per accuse di violazioni dei diritti umani e proliferazione nucleare, con pacchetti restrittivi che includono congelamento di beni e divieti commerciali, ripetutamente prorogati fino al 2026.
Queste misure di embargo e sanzioni hanno strangolato l’economia iraniana, contribuendo a una forte inflazione, svalutazione della moneta e difficoltà quotidiane per la popolazione. La pressione economica è parte di una strategia di lungo periodo per indebolire Teheran e costringerla a cedere su questioni politiche e strategiche.
Proteste genuine o caos orchestrato?
Le proteste in Iran riflettono l’esasperazione per il deterioramento delle condizioni economiche e le rigidità del sistema politico. Tuttavia, secondo fonti governative e analisti critici, elementi esterni — supportati da servizi d’intelligence occidentali — avrebbero sfruttato queste tensioni per indirizzare il malcontento verso un’escalation violenta, attaccando edifici pubblici e simboli statali per discreditare il governo e giustificare una narrativa di “caos incontrollabile”.
Il rischio reale è che l’Occidente intensifichi la propria influenza strumentalizzando le tensioni interne, presentandole come prova dell’inevitabilità di un’azione esterna.
Perché l’Iran è nel mirino
L’Iran non è un Paese qualunque: controlla lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una parte significativa del petrolio mondiale, e possiede immense risorse energetiche. Chi controlla o influenza Teheran detiene una leva geopolitica unica sulle dinamiche energetiche globali.
Per Stati Uniti e Israele, un Iran isolato, economicamente piegato e politicamente delegittimato è da decenni un obiettivo strategico. Creare caos interno e dipingere il regime come incapace di governare è un passo fondamentale in una politica di pressione multilivello.
Uno schema già visto altrove
Questa dinamica — combinare embargo economico, isolamento politico, guerra dell’informazione e sostegno a proteste interne amplificate — non è nuova. In Iraq, Libia o Siria, pressioni esterne hanno spesso preceduto conflitti prolungati e interventi militari, lasciando dietro di sé instabilità e perdita di sovranità nazionale.
Nel caso dell’Iran, Trump e Israele sembrano spingere verso lo stesso risultato decorato di “intervento umanitario” o “necessità di proteggere i civili”, mentre la realtà sul terreno è di una crisi complessa resa più instabile da una pressione internazionale costante.
CiCre
