Mentre negli Stati Uniti si apre il processo contro il presidente, migliaia di venezuelani scendono in piazza contro il rapimento politico
Caracas. Chi si aspettava una capitale paralizzata dal panico, pronta a implodere o a consegnarsi al caos, si è trovato davanti a una realtà molto diversa. La città non è insorta. Le istituzioni non si sono dissolte. Non ci sono state fughe di massa né fratture nella catena di comando dello Stato. Caracas ha continuato a vivere, lavorare, organizzarsi.
Questo è il primo dato politico che manda in crisi la narrazione costruita fuori dal Paese: il Venezuela non è un castello di carte e il governo bolivariano non è sospeso nel vuoto. Chi ha scommesso su un crollo immediato ha sottovalutato un elemento decisivo: il popolo venezuelano.
Il potere non è evaporato
Dopo le operazioni e le pressioni internazionali degli ultimi giorni, le istituzioni venezuelane hanno continuato a funzionare. Non si sono registrate defezioni militari di rilievo. Nessun apparato si è sciolto. Nessuna autorità locale ha riconosciuto poteri alternativi.
Questo dimostra un fatto spesso ignorato: il potere in Venezuela non è riducibile a una singola figura. Esiste un sistema politico, sociale e militare che ha costruito nel tempo lealtà, organizzazione e consenso, soprattutto nei settori popolari.

Il popolo in piazza contro il rapimento del presidente
A smentire definitivamente l’idea di un Paese passivo o rassegnato è stata la risposta popolare.
In diverse città del Venezuela, migliaia di persone sono scese in piazza per denunciare quello che viene percepito come il rapimento del proprio presidente Nicolas Maduro.

Le manifestazioni non sono state convocate da ambasciate né organizzate da campagne mediatiche internazionali: sono nate dai quartieri popolari, dalle organizzazioni sociali, dai movimenti che da anni sostengono il processo bolivariano. Per una parte ampia della popolazione, la questione non è la difesa di un uomo, ma la difesa della sovranità nazionale.
Le piazze parlano, ma non come si auguravano gli Stati Uniti
Chi prevedeva festeggiamenti o mobilitazioni a favore dell’intervento esterno ha sbagliato i conti.
Non c’è stata alcuna esplosione di entusiasmo per l’opposizione.

Il contrasto è apparso evidente: mentre una parte consistente del popolo venezuelano scendeva in strada, molti dirigenti dell’opposizione continuavano a parlare da lontano, da residenze all’estero, spesso inseriti in contesti protetti e privilegiati, lontani dalla vita quotidiana del Paese. Una distanza non solo geografica, ma politica e sociale.
Il processo negli Stati Uniti e la risposta istituzionale
Domani, 5 gennaio a New York è prevista l’apertura di un procedimento giudiziario contro Nicolás Maduro. Washington lo presenta come una svolta decisiva, ma sul piano politico interno venezuelano l’effetto è stato limitato.

Dal governo è arrivata una risposta netta. Delcy Rodríguez, vicepresidente costituzionale e presidente ad interim, ha ribadito che lo Stato venezuelano resta operativo e che il Paese non accetterà di essere governato da decisioni prese fuori dai suoi confini: “hanno sottovalutato questo popolo. Il Venezuela non tornerà a essere una colonia”
Il caso Machado e la frattura con il Paese reale
Il Premio Nobel per la Pace assegnato a María Corina Machado ha rafforzato la sua immagine internazionale, ma non ha colmato la distanza con il Venezuela reale. Il prestigio globale non si è tradotto in una mobilitazione popolare interna.
Ancora una volta emerge il limite centrale dell’opposizione: una leadership costruita fuori dal Paese, spesso celebrata nei salotti occidentali, ma incapace di rappresentare i settori popolari che oggi riempiono le piazze.
Il vero errore: sottovalutare il popolo venezuelano
La sorpresa manifestata da ambienti politici e mediatici internazionali rivela una profonda incomprensione del Venezuela reale. Si è pensato che bastasse colpire il vertice per piegare un Paese che invece conserva memoria storica, organizzazione e identità politica.
Il governo non è crollato perché non era isolato. Le istituzioni hanno retto perché poggiano su un tessuto sociale vivo. E il popolo ha reagito perché non si riconosce in leader lontani, né in soluzioni imposte dall’esterno.

Mentre a New York si apre un’aula di tribunale, a Caracas le strade parlano.Il Paese non si è fermato.
Il popolo non ha chiesto interventi esterni. Il sistema ha tenuto.
Chi aveva previsto un effetto domino ha commesso l’errore più grave: pensare che il Venezuela fosse stanco e silenzioso.Ancora una volta, ha sottovalutato il popolo venezuelano.
CiCre
