Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del Prof Giovanni Di Trapani
La Shoah ha rappresentato il punto più tragico e irriducibile della storia europea del Novecento. La macchina dello sterminio nazista ha prodotto non soltanto la distruzione di milioni di vite, ma anche un trauma collettivo che ha segnato la coscienza dell’Occidente. Da allora, il rapporto con Israele si è costruito sul filo di un debito morale: il “mai più” che ogni governo europeo e nordamericano ha avvertito come imperativo, traducendolo in sostegno politico, economico e militare alla nascita e al consolidamento dello Stato ebraico. Ma questo legame, nato come atto di giustizia storica, si è progressivamente trasformato in un vincolo che oggi va ben oltre la memoria della Shoah. È diventato una forma di sudditanza, psicologica e operativa, che condiziona la libertà di giudizio delle democrazie occidentali.
A spiegare questa dinamica non bastano le ragioni geopolitiche, né la forza delle lobby internazionali. La vera chiave di lettura si trova nelle infrastrutture digitali. Israele, nel giro di due decenni, ha costruito un ecosistema tecnologico senza pari, dove esercito, università e intelligence convergono per sviluppare strumenti di sorveglianza, intercettazione, cyber-difesa e controllo dei dati. Software come Pegasus, in grado di trasformare un telefono in un microfono occulto, Cellebrite, che consente di estrarre ogni informazione da dispositivi sequestrati, o piattaforme biometriche come AnyVision e BriefCam, sono oggi al centro delle attività di procure, ministeri e agenzie di sicurezza in Europa. Allo stesso tempo, colossi come Check Point e CyberArk forniscono firewall, sistemi di protezione cloud e strumenti di gestione delle identità digitali utilizzati da istituzioni e imprese strategiche.
È in questa rete invisibile che si manifesta la forza di Israele: una “cassaforte digitale” che custodisce non solo dati sensibili, ma anche la percezione di vulnerabilità di interi Stati. Perché chi possiede le chiavi dei software, possiede la possibilità – teorica ma credibile – di accedere ai segreti di governi e forze armate. Non è necessario che ciò avvenga: è sufficiente che sia possibile. È questo alone di potere potenziale che spiega la cautela, quando non il silenzio, delle cancellerie occidentali di fronte a crisi come la guerra di Gaza e alle sue devastanti conseguenze umanitarie.
Il Mossad e l’Unità 8200, celebri reparti dell’intelligence israeliana, non operano solo nel buio delle operazioni clandestine. Sono centri di trasferimento tecnologico che alimentano la filiera delle start-up e delle aziende hi-tech, trasformando Israele in un attore globale capace di vendere allo stesso tempo sistemi di sicurezza a democrazie consolidate e a regimi autoritari. In questo intreccio, l’intelligence non è solo un’arma, ma un motore economico che garantisce a Israele un ruolo indispensabile e incriticabile. L’Occidente, Italia compresa, appare così prigioniero di un’asimmetria strutturale: importa tecnologia, dipende da aggiornamenti e supporto esterno, si affida a piattaforme opache per la gestione di dati strategici.
Ne deriva una forma di sudditanza psicologica. Non è soltanto la paura di ritorsioni politiche o diplomatiche, ma la consapevolezza che ogni parola fuori posto potrebbe avere un prezzo, visibile o invisibile. La memoria della Shoah rafforza questo riflesso condizionato: il debito morale verso la storia si sovrappone alla dipendenza tecnologica del presente. Criticare Israele diventa così doppiamente difficile: per non offendere la memoria e per non mettere a rischio la sicurezza.
La domanda che ne scaturisce è inevitabile: fino a che punto i Paesi europei, e l’Italia in particolare, sono ancora sovrani delle proprie infrastrutture digitali e della propria politica estera? Se la protezione dei dati e delle reti dipende da sistemi progettati altrove, la sovranità si indebolisce, e con essa la capacità di giudicare con autonomia un alleato diventato troppo potente.
Il rispetto dovuto alla memoria della Shoah resta un fondamento irrinunciabile della civiltà europea. Ma non può essere trasformato in un alibi per giustificare la rinuncia a criticare pratiche che contraddicono i principi del diritto internazionale e i valori democratici. L’Occidente deve distinguere tra il debito morale verso la storia e la libertà di giudizio verso il presente. Solo così potrà spezzare la catena invisibile che lo rende suddito di una cassaforte digitale tanto indispensabile quanto pericolosa per la sua autonomia.
Giovanni Di Trapani

