Riceviamo e pubblichiamo integralmente

L’Italia continua a perdere figli. Nel 2024 le nascite sono scese sotto la soglia simbolica dei 370mila bambini. Una curva discendente che non accenna a invertirsi e che, secondo gli ultimi dati Istat, segna un nuovo minimo storico: -2,6% rispetto all’anno precedente, -36% rispetto al 2008. In poco più di quindici anni, sono spariti oltre 200mila neonati dalle statistiche. Ma non si tratta solo di numeri: è la cartina di tornasole di un Paese che invecchia e fatica a immaginare il proprio domani.
A determinare questo crollo non è soltanto una scelta individuale. Le radici del fenomeno sono profonde, strutturali. Gli adulti in età fertile sono sempre meno: dal 1995 a oggi, le donne tra i 15 e i 49 anni sono passate da 14,3 milioni a 11,4. Anche gli uomini nella stessa fascia sono scesi sotto i 12 milioni. Risultato? Anche se ogni donna avesse oggi lo stesso numero medio di figli del 1995 (e non lo ha), il numero totale di nati resterebbe comunque molto inferiore.
Nel 2024 la fecondità è crollata a 1,18 figli per donna: un record negativo assoluto, inferiore persino al minimo registrato nel 1995. Il ciclo biologico si è inceppato, mentre l’Italia invecchia senza rinnovo generazionale.
La denatalità non colpisce in modo uniforme. Le differenze territoriali raccontano una geografia della fragilità, dove le province interne e le aree più marginali sono quelle che perdono più bambini. Tra il 2019 e il 2023, in Sardegna si è registrato un crollo medio delle nascite del 18%. Cagliari, Sassari, Nuoro, il Sud Sardegna: tutte hanno perso quasi un quinto dei nuovi nati. Drammatica la situazione anche a Isernia, dove il calo supera il 21%. Poche le eccezioni. A Gorizia, unico caso in controtendenza, il numero di nati è addirittura cresciuto, seppure di poco. Stabile anche la situazione a Caserta. Ma sono isole in un arcipelago che affonda. Il tasso di natalità medio nazionale, già bassissimo, continua a diminuire: 6,3 bambini ogni mille abitanti nel 2024, contro i 6,7 del 2022. E il dato peggiora nel Mezzogiorno e nei comuni dove i servizi per la prima infanzia sono carenti e la disparità di genere nel lavoro femminile è più marcata. Nel Comune di Napoli, invece, si sono registrate 6.451 nascite e 9.696 decessi, con un saldo naturale negativo pari a –3.245 unità. A livello di incidenza sulla popolazione, il tasso di natalità si attesta a 7,3 nati per mille abitanti. Questo valore risulta più elevato rispetto alla media nazionale (6,3‰ nel 2024) e anche superiore alla media campana, che si aggira intorno a 7,4‰. Tali indicatori suggeriscono come – nonostante il declino demografico complessivo – Napoli conservi un profilo demografico leggermente più vitale rispetto ad altre aree, grazie anche a una struttura demografica caratterizzata da una quota più giovane della popolazione
L’aspetto però più inquietante della tendenza nazionale è che, mentre i bambini diminuiscono, rischiano di perdere anche peso politico e rilevanza pubblica. Meno minori significa – paradossalmente – meno attenzione alle loro esigenze. Un corto circuito pericoloso. Eppure, se le cause strutturali della denatalità sono difficili da arginare, quelle congiunturali possono e devono essere affrontate. Lo dimostrano i dati sull’occupazione femminile: una donna su cinque lascia il lavoro dopo una maternità. La carenza cronica di asili nido e la disomogeneità territoriale dei servizi non aiutano. Eppure, proprio qui si gioca la sfida del futuro. Favorire la genitorialità con strumenti concreti – congedi equi, servizi accessibili, lavoro dignitoso – non è solo un dovere etico: è una misura di sopravvivenza collettiva.
Non siamo più nel tempo dell’allarme. Siamo nel tempo delle conseguenze. La denatalità, ormai strutturale, chiede di ripensare radicalmente le politiche sociali. Non servono slogan o bonus estemporanei: serve un patto generazionale, un investimento a lungo termine che metta i bambini – e chi li cresce – al centro delle agende pubbliche. Prima che sia troppo tardi. Prima che, nel silenzio delle culle vuote, anche il futuro smetta di nascere.
Giovanni Di Trapani
