La testimonianza del Movimento 17 ottobre tra precarietà, paura del domani e sfiducia nella politica. Dietro gli scontri, una domanda sociale che l’Italia non può ignorare
Mentre il costo della vita pesa sulle famiglie, il lavoro precario rende difficile conquistare l’autonomia economica e il diritto alla casa appare sempre più lontano per tanti ragazzi, il governo Meloni sceglie di rispondere alla nuova ondata di proteste puntando sulla sicurezza e annunciando provvedimenti che mirano a criminalizzare chi lotta, manifesta e dissente. Dopo gli scontri e i saccheggi avvenuti a Milano, il governo ha convocato una riunione sulla sicurezza è stato annunciato anche l’invio di 500 militari in città per rafforzare il dispositivo di sicurezza. Quindi il governo trasforma le lotte in una questione di ordine pubblico. Questa è la risposta a chi chiede salari dignitosi, investimenti nella scuola e nella sanità pubblica, opportunità di lavoro e maggiori garanzie sociali, stop al riarmo e alle guerre.
I giovani che si riconoscono nel Movimento 17 ottobre contestano le priorità della spesa pubblica e denunciano un sistema nel quale, a loro giudizio, le risorse destinate al riarmo e al sostegno militare all’Ucraina finiscono per occupare uno spazio che dovrebbe essere riservato anche ai bisogni sociali. La loro critica si inserisce nel più ampio dibattito sul costo della guerra, sulle politiche di difesa e sulla necessità di costruire una prospettiva diplomatica capace di porre fine al conflitto.
La richiesta è quella di cambiare le priorità: più risorse per l’istruzione, la sanità, il lavoro e il welfare; meno sacrifici imposti a chi già fatica ad arrivare alla fine del mese. Una posizione politica che può essere discussa, ma che non può essere liquidata senza confronto.
E mentre i ragazzi scendono in piazza per rivendicare diritti e futuro, la risposta delle istituzioni viene percepita da una parte dei manifestanti come prevalentemente repressiva. Il rischio è che l’inasprimento delle misure di sicurezza e delle sanzioni, soprattutto se non accompagnato da un serio confronto sulle cause del disagio, alimenti ulteriore tensione.
È in questo contesto che si colloca l’intervista pubblicata da TgCom 24 nella quale alcuni giovani del Movimento 17 ottobre raccontano la propria rabbia, la paura del futuro e la convinzione di non essere ascoltati.
Nelle chat del movimento, secondo quanto riferito dalla testata, circola una frase attribuita a Bertolt Brecht: «Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso». È una formula che sembra racchiudere la determinazione di una generazione che non vuole rassegnarsi a un futuro segnato dalla precarietà e dalla progressiva erosione delle proprie aspettative. La domanda che emerge è semplice e radicale: quale futuro sta offrendo questo Paese ai suoi giovani?
«Siamo esclusi, emarginati e senza futuro»
Alla domanda sulle ragioni della mobilitazione, i ragazzi rispondono richiamando un sentimento di esclusione che, a loro giudizio, attraversa una parte significativa delle nuove generazioni. «Quello che ci spinge è una stanchezza e una rabbia profonda per la società in cui viviamo: esclusi, emarginati e senza futuro. Chi ha le possibilità economiche va all’estero, chi non può farlo rimane qui, sottopagato e sfruttato. In Italia ormai è impossibile vivere. Per questo siamo scesi in piazza, per difendere un nostro diritto fondamentale: avere una vita dignitosa. Sulla scia di quanto accaduto in Francia, crediamo che sia arrivato il momento anche per l’Italia».
Il loro racconto parte dalle disuguaglianze economiche e dalla difficoltà di costruire una vita autonoma in un Paese nel quale il lavoro non sempre garantisce indipendenza e sicurezza. La rivendicazione di una vita dignitosa non è una richiesta marginale. Significa poter studiare senza che il reddito familiare determini interamente le opportunità, trovare un’occupazione che consenta di vivere, accedere a una casa e immaginare il futuro senza dipendere indefinitamente dalla propria famiglia.
La precarietà, in questa prospettiva, non riguarda soltanto il contratto di lavoro. Diventa una condizione esistenziale che condiziona le scelte personali, la possibilità di costruire relazioni stabili e persino la fiducia nel domani.
Non tutti i giovani vivono la stessa condizione e non sarebbe corretto trasformare la testimonianza di alcuni manifestanti nella rappresentazione assoluta di un’intera generazione. Ma le questioni che sollevano meritano risposte politiche concrete, non soltanto giudizi morali.
La nascita del movimento
Come nasce il Movimento 17 ottobre? Secondo gli intervistati, dall’incontro spontaneo tra persone e rivendicazioni differenti, accomunate dalla sensazione di non trovare spazio nella politica istituzionale. «È nato in modo spontaneo, come tanti movimenti di massa, da una pluralità di richieste e istanze che condividiamo. Con una costante di fondo: noi giovani non stiamo trovando alcuno spazio per esprimerci e nessuna possibilità di dialogo con le istituzioni. Vediamo leggi approvate che vanno nella direzione opposta rispetto ai nostri bisogni: si fanno tagli alla scuola e all’università, mentre i soldi pubblici vengono dirottati sulla guerra».
La critica investe le priorità della spesa pubblica e il rapporto tra le risorse destinate alla difesa e quelle necessarie per sostenere i servizi sociali. Il dissenso riguarda anche il ruolo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e la convinzione che la sicurezza di un Paese non possa essere misurata soltanto attraverso la sua capacità militare, ma debba comprendere anche la sicurezza economica, sanitaria e sociale dei suoi cittadini.
Gli intervistati chiariscono di parlare a partire dalla propria esperienza e di non voler imporre un’unica linea a tutte le piazze. «Noi parliamo a nome di noi stessi e ci esprimiamo con diverse modalità in base alle città in cui ci troviamo. Ogni contesto si regola sulle richieste specifiche che portiamo avanti: povertà, carovita e la mancanza di finanziamenti per la scuola e per la sanità pubblica. Un giorno ci chiederanno di combattere per loro, ma noi non abbiamo alcuna intenzione di piegare la testa ai loro voleri».
La frase finale esprime una rottura generazionale che va oltre la contestazione di singole misure. È il rifiuto di un modello nel quale i giovani temono di essere chiamati a sostenere i costi delle decisioni politiche senza poter incidere sulle scelte che determinano il loro futuro. Il movimento, secondo i suoi esponenti, non avrebbe alle spalle partiti o sindacati. «Nessuno, o meglio solo i giovani. Non c’è alcuna organizzazione partitica o sindacale. È un movimento spontaneo che appartiene alle piazze. È l’unico modo che abbiamo trovato per incanalare la rabbia in una qualche forma politica. Siamo costantemente demonizzati, descritti come criminali, come se fossimo noi il problema della società. Ma noi siamo il futuro».
La spontaneità può consentire a bisogni trascurati di emergere rapidamente, ma comporta anche difficoltà organizzative. Per trasformare la mobilitazione in una forza politica capace di incidere sulle decisioni pubbliche occorrono obiettivi condivisi, proposte riconoscibili e strumenti di partecipazione duraturi. Resta però una questione fondamentale: quando una parte delle nuove generazioni non si riconosce più nei canali tradizionali della rappresentanza, la politica dovrebbe domandarsi perché quei canali non riescano a intercettarne il disagio.
Perché scendono in piazza anche gli undicenni e i dodicenni?
Uno degli aspetti più delicati dell’intervista riguarda la presenza di giovanissimi nelle piazze e nelle chat attraverso cui vengono condivise idee e programmate iniziative. Gli intervistati ritengono che i più piccoli trovino nel movimento uno spazio nel quale esprimersi, anche se non sempre dispongono degli strumenti necessari per trasformare la rabbia in una proposta politica. «I giovanissimi trovano finalmente uno spazio in cui potersi esprimere, anche se non sanno ancora bene come farlo. Per questo la rabbia si concretizza in vari modi. Finché non troveremo un canale istituzionale per dialogare, continueremo a reclamarlo nelle strade e nelle piazze».
Il loro racconto prosegue con una riflessione sul rapporto tra scuola, aspettative e paura di diventare adulti in una società percepita come sempre meno capace di offrire opportunità. «I più piccoli vedono in noi un possibile futuro, un futuro che però non vogliono per loro stessi. Si rendono conto che la scuola non offre garanzie e hanno paura di diventare “come quelli che non ce la stanno facendo”. La Gen Z sta cercando di far emergere la sua voce».
La presenza di minorenni così giovani impone una responsabilità particolare agli adulti. Non basta condannare o reprimere: bisogna comprendere che cosa renda attraenti questi spazi di protesta, quali aspettative siano venute meno e quali alternative di partecipazione siano disponibili. Questo offrire loro luoghi sicuri di confronto, strumenti di educazione politica e occasioni concrete per incidere sulla realtà. Una società che scopre la propria gioventù soltanto quando scende in piazza dovrebbe interrogarsi anche sul silenzio che ha preceduto quella protesta.
«Lo Stato dove è?» La precarietà come questione politica
Ai ragazzi è stato contestato di comportarsi da teppisti. La loro risposta è che concentrarsi esclusivamente sulle modalità della protesta impedisce di affrontare le ragioni che l’hanno generata. «È molto più utile parlare delle istanze e delle richieste che portiamo avanti, piuttosto che concentrarsi unicamente sulle modalità di espressione. Abbiamo paura del futuro: se il nostro futuro è la morte, perché veniamo sfruttati con stage su stage, perché il sistema sanitario è al collasso e forse la pensione non la vedremo mai, lo Stato dove è? Di certo non supporta chi è in difficoltà».
Il linguaggio è radicale, ma le questioni sollevate sono riconoscibili: salari insufficienti, lavoro precario, difficoltà di accesso alle cure, incertezza previdenziale e assenza di garanzie. La paura di non riuscire a vivere del proprio lavoro è una questione che riguarda la dignità individuale e la qualità della democrazia. Quando studiare non sembra più sufficiente per migliorare le proprie condizioni, quando il lavoro non garantisce autonomia e quando il futuro viene percepito come una minaccia, la fiducia nelle istituzioni rischia di indebolirsi.
La politica dovrebbe rispondere con strumenti concreti: investimenti nei servizi pubblici, politiche per l’occupazione stabile, sostegno all’autonomia abitativa e opportunità di partecipazione.
La violenza dell’oppresso: la rabbia e i saccheggi
Il passaggio più controverso dell’intervista riguarda i saccheggi e gli attacchi a negozi e supermercati. Perché colpire attività commerciali, invece di indirizzare la protesta verso luoghi simbolici del potere politico? I giovani rispondono contestando una lettura che, a loro giudizio, considera soltanto la violenza manifestata durante la protesta e non quella sociale ed economica che denunciano. «Prima di parlare della nostra violenza, bisogna parlare della violenza che l’oppresso subisce quotidianamente in questo Stato. Quello che accade è l’espressione della rabbia e di un profondo terrore. Un giorno quel futuro di cui abbiamo paura diventerà il nostro presente. E le possibilità che ci vengono date sono limitate, se non inesistenti».
La loro interpretazione lega gli episodi al senso di esclusione e alla percezione di una ricchezza inaccessibile. La scelta dei luoghi viene spiegata facendo riferimento al centro di Milano, ai quartieri più ricchi e borghesi e agli spazi frequentati dai turisti.
«La rabbia è irrazionale, non è mossa da un intento ragionato. Ma ha certamente un sostrato che dobbiamo analizzare. È esplosa nel centro della città di Milano, nei quartieri ricchi e borghesi frequentati dai turisti. In quei luoghi da cui molti di noi si sentono esclusi, che sono simbolo di una ricchezza che ci è stata rubata. Perché mai dovremmo voler bene a un mondo che ci esclude e ci demonizza? Non escludiamo che in futuro ci saranno obiettivi più razionali nel senso politico del termine; per ora, ognuno esprime la propria rabbia nel modo che abbiamo visto».
È probabilmente questo il passaggio che meglio sintetizza la frattura raccontata nell’intervista. Non soltanto una contestazione economica, ma il rifiuto emotivo di una società nella quale alcuni giovani non si sentono riconosciuti.
Il Covid e la scomparsa delle prospettive positive
Perché il malcontento è esploso proprio adesso? Secondo gli intervistati, le sue radici precedono le manifestazioni più recenti, ma un passaggio decisivo sarebbe stato il periodo della pandemia. «Questo malcontento non nasce solo dal contesto attuale, radica le sue origini già da prima. In particolare dal Covid, periodo in cui molti di noi hanno visto e vissuto cose mai viste prima. Da lì in poi è sparita per noi ogni prospettiva positiva e si va di male in peggio».
La pandemia ha modificato profondamente le abitudini, le relazioni e le aspettative di milioni di persone. Per molti adolescenti, gli anni della formazione sono stati segnati dall’interruzione della socialità, dalla didattica a distanza e dall’incertezza. Le parole degli intervistati, tuttavia, restituiscono la percezione di una generazione che fatica a immaginare un futuro migliore del presente. Il problema non riguarda soltanto ciò che i giovani hanno vissuto, ma ciò che oggi riescono a immaginare. Se il domani viene percepito come una successione di precarietà, rinunce e ostacoli, l’incertezza può trasformarsi in rabbia e la sfiducia in rifiuto delle istituzioni. Per questo non bastano gli appelli alla responsabilità individuale: servono condizioni materiali che rendano credibile la possibilità di una vita migliore.
«Torneremo in piazza»: l’organizzazione e la sfida al governo
Alla domanda sui prossimi passi, i ragazzi annunciano l’intenzione di tornare nelle piazze, organizzarsi meglio e rendere più consapevoli le proprie scelte. «C’è una volontà trasversale del popolo di voler cambiare le cose. Vogliamo organizzarci, tornare in piazza, strutturarci meglio ed essere più lucidi nelle scelte che facciamo. Essendo nati in modo spontaneo è una cosa complicata, perché non abbiamo ancora tutti gli strumenti per farlo, ma li troveremo».
La prospettiva dichiarata è quella di trasformare la spontaneità iniziale in una forma di pressione politica più efficace. «In molti Paesi, dalla spontaneità è nata una pressione politica efficace. Non si tratta di una struttura politica tradizionale, ma di uno spazio politico che ci è stato negato e che ora reclamiamo. Dalle piazze, dalle assemblee, dai momenti di incontro si formeranno richieste che arriveranno dal basso».
I giovani guardano anche alle mobilitazioni sviluppatesi in Francia e in Albania, immaginando una protesta di massa capace di incidere sulle scelte dell’esecutivo. «Vedremo nelle prossime settimane come tutto questo si evolverà. Magari potrà trasformarsi, come in Francia e in Albania, in una grande manifestazione di massa per aumentare la pressione sul governo affinché cada o almeno ceda».La loro critica al governo Meloni si fa quindi più esplicita. «Per questo esecutivo l’ascolto non esiste, esiste solo la repressione: manganelli, lacrimogeni, cannoni d’acqua. Non ci vogliono nelle piazze, figuriamoci se le istituzioni sono disposte ad ascoltarci. Ma una maggiore repressione porterà a una maggiore violenza».
La richiesta di far cadere un governo attraverso la pressione delle piazze è una rivendicazione politica che può trovare espressione in manifestazioni, assemblee e campagne pubbliche. La sua efficacia dipenderà dalla capacità del movimento di costruire obiettivi riconoscibili e trasformare il malcontento in partecipazione.
La vicenda del Movimento 17 ottobre pone una domanda che supera i confini di una singola manifestazione: che cosa deve fare una democrazia quando una parte delle nuove generazioni smette di credere che il futuro possa offrire opportunità migliori del presente? Occorre interrogarsi sulle condizioni materiali che alimentano la protesta: salari, costo della vita, accesso alla casa, qualità della scuola, finanziamento dell’università, sanità pubblica e prospettive occupazionali. Occorre discutere apertamente anche delle priorità della spesa pubblica, del riarmo, del sostegno militare all’Ucraina e delle alternative diplomatiche alla guerra.
«Perché mai dovremmo voler bene a un mondo che ci esclude e ci demonizza?» È la domanda che rimane dopo aver letto le loro parole. Una domanda scomoda, che chiama in causa non soltanto il governo, ma l’intera società. La frase attribuita a Brecht, «Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso», diventa così la metafora di una generazione che non vuole rassegnarsi al silenzio.
Il futuro non appartiene soltanto a chi governa oggi. Appartiene anche a chi, sentendosi escluso, sta cercando un modo per reclamarlo. E ignorare quella domanda non farà scomparire la rabbia che l’ha generata.
Ciro Crescentini
