Salvatore Calignano è deceduto dopo essere stato trovato gravemente ferito. L’autopsia e le indagini dovranno chiarire cosa è accaduto
Salvatore Calignano, 61 anni, è morto dopo ventiquattr’ore di agonia. Era stato trovato gravemente ferito in una zona periferica di Caivano, dopo una possibile caduta da un tetto sulla quale stanno indagando gli inquirenti. La circostanza raccontata agli investigatori è che l’uomo fosse stato assunto da una ditta edile appena il giorno precedente. Ma anche questo aspetto dovrà essere verificato: perché troppo spesso, quando un lavoratore rimane vittima di un incidente, compare la versione dell’assunzione recentissima, quasi a suggerire che fino a poche ore prima quella persona non fosse mai esistita nel luogo di lavoro.
Ed è proprio qui che la vicenda di Salvatore diventa ancora più inquietante. Perché se un uomo lavorava su quel tetto, se era impegnato in un’attività pericolosa, se davvero è precipitato durante il lavoro, la domanda non può essere soltanto quando sia stato formalmente assunto. Bisogna capire da quanto tempo lavorasse, in quali condizioni, con quali tutele, con quale formazione e soprattutto perché, dopo essere rimasto gravemente ferito, sia stato trovato abbandonato in una strada periferica invece di essere immediatamente soccorso.
Sono domande che spettano agli inquirenti. Saranno le indagini e l’autopsia a stabilire la dinamica e le eventuali responsabilità. Ma c’è una questione che va oltre questo singolo caso. È possibile che nel mondo del lavoro una persona venga considerata importante finché produce e diventi improvvisamente un problema quando qualcosa va storto?
Salvatore non era una merce. Non era una giornata di lavoro. Non era un costo da contenere. Era un uomo di 61 anni, con una famiglia, una moglie che, secondo quanto emerso, non sarebbe stata nemmeno a conoscenza della sua situazione lavorativa. Ed è questa la ferita che dovrebbe attraversare la coscienza di tutti.
Da anni si parla di produttività, competitività, costi, efficienza. Ma troppo spesso si dimentica la parola più importante: persona. Quando il profitto diventa il centro intorno al quale deve ruotare ogni cosa, il lavoratore rischia di essere ridotto a semplice forza produttiva. Un corpo che lavora, che produce, che genera valore. E quando quel corpo si ferma, quando si infortuna, quando non può più produrre, rischia di diventare improvvisamente invisibile.
Non possiamo accettare che la vita umana venga trattata come una variabile economica. Non possiamo accettare che davanti a un uomo agonizzante la prima preoccupazione possa essere qualsiasi cosa diversa dal salvarlo. E non possiamo accettare che, dopo una morte sul lavoro, tutto venga ridotto a una versione burocratica dei fatti, a un’assunzione formalizzata, a un documento, a una firma. Perché dietro ogni cantiere, ogni commessa, ogni profitto c’è una persona in carne e ossa. E nessun sistema economico dovrebbe avere il diritto di dimenticarlo.
Ciro Crescentini
