Manganelli al posto dei diritti: il 24 e 30 ottobre la risposta della piazza contro il Governo della repressione
Mentre l’Italia affonda sotto il peso del carovita, con affitti alle stelle che divorano gli stipendi e un diritto allo studio ridotto a un lusso per pochi, la risposta del governo di Giorgia Meloni ai conflitti sociali è sempre la stessa: repressione, propaganda e nuovi reati.
Gli scontri dello scorso fine settimana a Milano sono stati l’ennesimo pretesto per trasformare le piazze della protesta in un terreno di scontro. Nessuna risposta reale alle cause del disagio sociale, nessuna misura strutturale per famiglie, studenti e lavoratori strozzati dall’inflazione. Solo la ricetta securitaria di sempre.
La fuga dal confronto: la democrazia del videomessaggio
Colpisce – ma non sorprende – il metodo scelto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per annunciare le nuove misure punitive non c’è stata alcuna conferenza stampa, nessun confronto aperto, nessuna risposta alle domande dei giornalisti. Solo un monologo registrato per i social network. Nel suo video, la Premier rivendica con orgoglio l’introduzione del reato di partecipazione violenta a manifestazione. Fino a 5 anni di carcere e 20 mila euro di multa per chi partecipa a un gruppo ritenuto violento, con pene ulteriormente inasprite per chi ha il volto coperto o devasta beni.
Un approccio che sposta l’asse della giustizia dalla responsabilità individuale a una sorta di colpa collettiva d’insieme, col chiaro obiettivo di criminalizzare il dissenso a prescindere e scoraggiare chiunque voglia scendere in piazza a far valere i propri diritti.
Colpire le famiglie per zittire la piazza
Ma il vero affondo propagandistico arriva con la norma sul risarcimento dei danni da parte dei minorenni: “Chi rompe paga, e se è minorenne pagano i genitori”. La misura prevede ingiunzioni di pagamento immediate da parte del Prefetto per i beni pubblici e decreti immediatamente esecutivi per i beni privati, arrivando a rivalersi sui beni di famiglia e persino sui crediti verso lo Stato. Una norma venduta come “buonsenso”, ma che nasconde una logica punitiva di classe. InVECE di interrogarsi sul perché migliaia di giovani scendano in piazza manifestando rabbia ed esclusione, il Governo sceglie di ricattare le famiglie sul piano economico, trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico ed esecuzione forzata.
Un Paese senza futuro che punisce chi lotta
Il quadro è sconfortante: zero interventi reali sul caroaffitti che espelle gli studenti dalle grandi città; zero risorse strutturali per il diritto allo studio e per il potere d’acquisto dei salari; pieni poteri e nuovi reati per chiunque alzi la testa. Governare punendo i sintomi ed ignorando le cause non è fermezza: è l’ammissione di un fallimento politico. Quando la risposta all’emergenza sociale si riduce al codice penale e ai video propagandistici, la democrazia perde pezzi. Le piazze non si svuoteranno con la paura, finché i problemi reali delle persone rimarranno sistematicamente ignorati.
Ciro Crescentini
