La crisi scatenata da USA e Israele fa esplodere benzina, bollette e prezzi alimentari
La nuova escalation militare in Medio Oriente – con l’aggressione condotta da Israele e Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell’Iran – sta già producendo effetti economici che arrivano fino in Europa. Il conflitto, che ha riacceso una delle aree più delicate del pianeta dal punto di vista energetico, rischia di destabilizzare i mercati globali proprio mentre l’Italia e altri Paesi europei affrontano una fase economica fragile.
In questo contesto torna al centro del dibattito anche la questione delle forniture energetiche. La Federazione Russa ha più volte ribadito la propria disponibilità a garantire gas e carburanti all’Europa a prezzi competitivi, un’opzione che potrebbe contribuire a ridurre la pressione sui mercati energetici. Tuttavia le scelte geopolitiche dei governi europei, tra cui quello italiano guidato da Giorgia Meloni e pienamente allineato alla strategia atlantica, continuano a mantenere chiusa questa possibilità.
Intanto il primo grande effetto della crisi riguarda il traffico energetico mondiale. La chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi del commercio globale di petrolio e materie prime, ha immediatamente generato tensioni sui prezzi e nuove dinamiche speculative sui mercati internazionali.
Le conseguenze si stanno già manifestando anche in Italia. Nonostante le rassicurazioni sulla solidità delle scorte, il costo dei carburanti è salito rapidamente: nel giro di quindici giorni gli automobilisti hanno pagato in media 15,3 centesimi in più al litro per la benzina e oltre 32 centesimi per il diesel.
L’aumento dei carburanti si riflette inevitabilmente sull’intero sistema economico. Quando crescono i costi di trasporto, aumentano anche quelli della distribuzione delle merci, con effetti diretti sui prezzi dei prodotti di consumo.
Parallelamente cresce la pressione sulle bollette. Secondo le stime di Nomisma Energia, circa 27,7 milioni di famiglie italiane potrebbero trovarsi a pagare fino a 350 euro in più all’anno per luce e gas.
La tensione nei mercati delle materie prime non riguarda però soltanto petrolio e gas. La crisi nel Golfo Persico sta influenzando anche numerosi materiali fondamentali per l’industria. Metalli come alluminio e rame, così come le terre rare, stanno registrando oscillazioni e aumenti di prezzo sui mercati internazionali.
Tra le materie più sensibili c’è anche l’elio, elemento indispensabile per la produzione di semiconduttori e microchip. Eventuali rincari potrebbero quindi avere ripercussioni anche sull’industria tecnologica.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha chiesto di affrontare la questione all’interno della Commissione Allerta Rapida per valutare le possibili ricadute sull’economia italiana. Tuttavia diversi settori produttivi stanno già avvertendo le prime conseguenze.
Tra questi l’agricoltura, fortemente dipendente dalle importazioni di fertilizzanti provenienti anche dall’area del Golfo Persico. Ammoniaca, urea, fosfati e zolfo sono infatti componenti fondamentali per la produzione agricola e il loro aumento di prezzo rischia di incidere sui costi di coltivazione di grano, mais e riso.
Proprio nel settore agricolo si sono accesi i primi segnali d’allarme. Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura e alla Guardia di Finanza per verificare possibili fenomeni speculativi sul gasolio agricolo, il cui prezzo è passato nel giro di una settimana da 0,85 euro a 1,25 euro al litro.
Gli effetti si stanno già vedendo nei mercati ortofrutticoli. Secondo i dati del Centro Agroalimentare di Roma, i pomodori a grappolo sono saliti da 1,4 a 2,3 euro al chilogrammo, mentre i ciliegini hanno raggiunto i 2,4 euro al chilo. In aumento anche altre verdure: le zucchine scure hanno toccato circa 1,30 euro al chilogrammo e i peperoni sono arrivati a circa 3 euro.
Questa nuova ondata di rincari potrebbe riflettersi sull’inflazione generale. Le stime indicano un possibile aumento dello 0,7%, portando la previsione per il 2026 dall’1,8% inizialmente previsto a circa il 2,5%.
Anche il settore della ristorazione e del turismo rischia di essere colpito. Secondo Confesercenti, l’aumento dei costi energetici potrebbe comportare una spesa aggiuntiva di circa 2.000 euro per i ristoranti e di circa 1.300 euro per gli alberghi, costi che verrebbero inevitabilmente trasferiti ai clienti attraverso prezzi più alti nei menu e nelle tariffe.
Confcommercio prevede uno scenario ancora più pesante: l’energia potrebbe aumentare di oltre il 13% per l’elettricità e fino al 43% per il gas.
Anche il settore dei trasporti aerei sta reagendo all’aumento dei carburanti. Alcune compagnie hanno già annunciato adeguamenti delle tariffe: Qantas ha aumentato i prezzi dei biglietti del 5%, mentre Thai Airways sta valutando rincari tra il 10 e il 15%. Altri vettori come SAS, AirAsia e Norse Atlantic hanno comunicato misure simili.
Infine cresce la preoccupazione nel comparto delle costruzioni. L’Associazione Nazionale Costruttori Edili segnala rincari per diversi materiali utilizzati nei cantieri: non solo derivati petrolchimici come il bitume, ma anche acciaio e altri componenti fondamentali, oltre all’aumento dei costi di trasporto.
Se la crisi internazionale dovesse prolungarsi, l’effetto a catena sui prezzi potrebbe continuare nei prossimi mesi, con nuove pressioni sul costo della vita e sui bilanci delle imprese italiane.
CiCre
