Il caso politico scuote Monte di Procida e riapre il tema della credibilità
Due delibere approvate, poi ritirate e riscritte in fretta per rimediare a un errore che non avrebbe dovuto esserci. Succede al Comune di Monte di Procida, dove la Giunta è stata costretta a intervenire in autotutela su due atti votati il 10 dicembre riguardanti le tariffe degli impianti sportivi.
Il motivo è tutt’altro che formale: a votarle c’era anche l’assessora alle politiche sociali Daniela Scotto di Carlo, che – secondo la segnalazione presentata al Prefetto dall’opposizione “Si Insieme” guidata dall’ex sindaco Peppe Pugliese – si trovava in una condizione evidente di conflitto d’interessi.
Il padre dell’assessora è infatti titolare di un’associazione sportiva concessionaria degli stessi impianti comunali oggetto delle tariffe approvate. Un caso che rientra in modo diretto nell’articolo 78 del TUEL: in presenza di interessi propri o di parenti stretti, l’amministratore ha l’obbligo di astenersi. Nessuna interpretazione possibile, nessuna zona grigia.
Eppure l’assessora ha partecipato al voto. E la delibera è passata.
Solo dopo la segnalazione formale e l’intervento del Prefetto si è arrivati alla retromarcia: atti riapprovati, procedura rifatta, errore riconosciuto. Una “sanatoria” che prova a mettere una toppa amministrativa, ma che lascia aperta una questione politica pesante.
Perché qui non si tratta di una svista tecnica o di un cavillo burocratico. Si tratta del rispetto di una regola basilare della vita pubblica: evitare anche solo il sospetto che interessi privati possano interferire con decisioni pubbliche.
Ed è proprio su questo terreno che la vicenda diventa esplosiva.
L’assessora appartiene infatti al Movimento 5 Stelle, forza politica che ha costruito la propria identità su parole d’ordine come legalità, trasparenza e moralità amministrativa. Principi sbandierati per anni come elemento distintivo rispetto agli altri partiti.
Ma quando si passa dagli slogan ai fatti, la musica cambia. Perché in questo caso non c’è stata prudenza, non c’è stata quella “attenzione maniacale” ai conflitti d’interesse che il Movimento ha sempre rivendicato. C’è stata invece una leggerezza grave, tanto più grave proprio perché evitabile con un gesto semplicissimo: l’astensione.
Non è un dettaglio. È il cuore della credibilità politica.
E allora il punto non è solo l’errore – che pure resta – ma la distanza tra ciò che si predica e ciò che si pratica. Una distanza che, episodio dopo episodio, rischia di trasformarsi in un marchio.
Perché quando chi fa della purezza etica la propria bandiera inciampa proprio su quel terreno, il giudizio diventa inevitabilmente più severo. E la critica più difficile da respingere: quella di chi, ancora una volta, vede confermato il sospetto che qualcuno continui a predicare bene, ma a razzolare molto meno bene quando si tratta di governare davvero.
CiCre
