Riceviamo e pubblichiamo una riflessione della giuslavorista napoletana che difende la protesta di Potere al Popolo e l’errore del centrosinistra di intestarsi il NO al referendum: una città sola chiede risposte concrete sul lavoro
Il 9 luglio a Napoli in Piazza del Gesù il cosiddetto Campo largo o Progressista forse ha sbagliato piazza, o forse – come ipotizzato da qualcuno – gli attivisti di Potere al popolo avrebbero sbagliato a protestare.
Il Campo largo parte in salita non perché la piazza non fosse piena ma per l’assenza di contenuti e di preparazione da parte dei rappresentanti dell’opposizione al dialogo con la città.
Ne è la riprova che il più contestato sia stato proprio il Sindaco di Napoli che si è spinto a proporre l’allargamento del campo progressista ad Italia Viva, a moderati e a cattolici. Una cosa è certa: nella terza città d’Italia i rappresentanti del Campo largo non potevano pensare di misurasi solo con slogan enunciati da un palco che segna l’incontestabile distanza tra chi sta sopra e chi continua a stare sotto.
Bisogna ricordare che Napoli è la città che ha registrato il maggior numero di votanti al recente referendum bocciando con un sonoro NO la riforma Nordio Meloni sulla giustizia; alcuni del Campo largo hanno pensato, sbagliando, di intestarsi quella vittoria.
Ma a parte le critiche sul flop dell’evento la domanda è: come si può pensare di cambiare il Paese se con il Paese oramai da anni non vi è dialogo? Non una parola su come realizzare l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Non una parola sulle modifiche delle leggi sulla precarietà del lavoro. L’angoscia e la solitudine in cui la città è stata lasciata da anni non poteva non esplodere in rabbia.
Conseguentemente non si può derubricare la protesta di attivisti di Potere al popolo e dei lavoratori a una contestazione che evoca scene da anni 70. Come non immaginare una contestazione di lavoratori quando sul palco vi è un sindaco lontano anni luce dai problemi della città?
Il voto in difesa della Costituzione che i napoletani hanno espresso in occasione del referendum è un grido di aiuto, e il tema del lavoro è stato dimenticato anche se continuamente rimbalza come un mantra la difficoltà dei lavoratori di “arrivare alla fine del mese”, il “caro bollette”, il “caro energia” e “il fallimento del governo Meloni”.
Tuttavia non si possono fare le prove a teatro se manca la sceneggiatura e a Napoli è stato evidente che vi era solo la sterile proclamazione di un’alleanza, peraltro con l’aggravante dello spettro dell’ineffabile Rottamatore che tutt’oggi costituisce una bomba ad orologeria per la deflagrazione degli equilibri del centro sinistra.
Giuliana Quattromini
