Manifestanti da tutta la Campania chiedono un piano straordinario per la salute nei territori inquinati
“Nessuna sanità differenziata, ma diritti uguali da Nord a Sud!”. È uno degli slogan che ha scandito il passo di oltre 5 mila manifestanti scesi oggi in piazza a Napoli per chiedere un cambiamento radicale del sistema sanitario e ambientale in Campania. La manifestazione, promossa dal Coordinamento Campano per il Diritto alla Salute (CCDS), è partita da Piazza del Gesù per concludersi dinanzi al Palazzo della Regione Campania, dove una delegazione ha chiesto – senza giri di parole – di essere ricevuta solo da chi ha reali poteri decisionali.
Il cuore della protesta: sanità pubblica e giustizia ambientale
Quella di oggi non è stata una semplice mobilitazione, ma una denuncia collettiva: la Campania sta morendo di inquinamento e abbandono istituzionale. Non è un modo di dire. Sono i dati e le sentenze a raccontarlo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già condannato l’Italia due volte per le gravissime inadempienze nella gestione dei territori contaminati in regione. “Nella terra dei fuochi, dove l’inquinamento e la povertà si mescolano in una miscela micidiale, la salute svanisce dinanzi alle migliaia di morti evitabili e premature” – si legge nel volantino distribuito durante il corteo.
Ma la “terra dei fuochi” non è solo quella dei 35 comuni tra Napoli e Caserta: è anche Bagnoli e Napoli Est, i SIN abbandonati; è il litorale vesuviano, l’Agro Aversano, il Domizio, e i bacini dei fiumi Sarno, Irno, Sabato. Aree trasformate in discariche chimiche a cielo aperto, dove si muore di tumore e si vive nel disagio sociale. Dove, insieme alla terra, si ammala anche chi ci abita, senza nemmeno poter accedere a cure adeguate.
“Marginalità e malattia sono lo stesso problema”
È un grido che attraversa il corteo: “La salute non può essere merce, non può dipendere dal cap o dalla regione di residenza”. Per il CCDS, le attuali politiche sanitarie e ambientali non fanno che rafforzare una geografia dell’esclusione: le periferie urbane, le aree interne, le isole, i soggetti fragili vengono sistematicamente lasciati indietro.
La sanità in Campania è al collasso e il sistema di prevenzione è stato svuotato, lasciando spazio al business della malattia. Le privatizzazioni avanzano, alimentate da riforme che hanno tradito lo spirito della Legge 833 del 1978, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale su basi pubbliche e universali. Al posto della cura, si è fatto largo il profitto.
“Marginali e condannate senza speranza sono la Campania e il Sud – affermano gli organizzatori – per le politiche di un governo che taglia la sanità pubblica e trova invece miliardi per il riarmo”.
Il NO al riarmo e l’appello a una mobilitazione nazionale
Oltre alle rivendicazioni locali, la protesta si collega a una battaglia più ampia: quella contro le spese militari. Il CCDS denuncia lo spostamento di risorse pubbliche verso gli armamenti, mentre si continua a lesinare fondi per l’assistenza, la prevenzione, la bonifica ambientale. “Contro la mercificazione della salute – si legge ancora nel documento diffuso – serve un’alleanza tra cittadini e lavoratori per costruire un movimento di lotta nazionale, che fermi la privatizzazione della sanità e rilanci il diritto alla salute come diritto fondamentale e indivisibile”.
La richiesta alla Regione Campania è chiara: aprire un vero tavolo di confronto e varare un Piano Straordinario per la Salute nei territori inquinati e nelle aree più colpite dal disagio sociale. Al governo Meloni, invece, arriva un messaggio inequivocabile: “La Campania rifiuta altri sacrifici per il riarmo e pretende l’applicazione piena dell’articolo 32 della Costituzione, che garantisce il diritto alla salute per tutti”.
Una lotta che non si ferma
La giornata di oggi è stata solo un passaggio. Il Coordinamento ha già annunciato che continuerà la mobilitazione, in Campania e oltre, affinché la difesa della sanità pubblica diventi una battaglia nazionale. “Non un euro per le armi, ma soldi per la sanità pubblica e le bonifiche dei territori”, è lo slogan che ha chiuso il corteo, con la consapevolezza che la strada è lunga, ma non più rinviabile.
Ciro Crescentini

