L’inchiesta, la rescissione del subappalto Areco-Xenia e la procedura di licenziamento. La domanda: saranno riassorbiti tutti?
Prima l’inchiesta della magistratura, poi la rescissione del subappalto, quindi lo stop ai lavoratori e ora la procedura di licenziamento collettivo. È questa la sequenza che ha portato circa cento dipendenti della Areco, una sessantina dei quali di origine egiziana e una quarantina italiani, a ritrovarsi senza la possibilità di lavorare nei cantieri dell’Alta velocità Battipaglia-Romagnano al Monte.
Ed è proprio questa sequenza che bisogna ricostruire per capire cosa sta realmente accadendo. La vicenda nasce da un’inchiesta della magistratura sui lavori dell’Alta velocità Napoli-Bari. L’indagine ha acceso i riflettori, tra l’altro, sulle condizioni di lavoro di alcuni operai egiziani e su presunte irregolarità nella gestione degli appalti.
Secondo quanto emerso nell’inchiesta, alcuni lavoratori sarebbero stati sottoposti a condizioni di lavoro particolarmente pesanti, con turni arrivati anche a 20 ore, periodi di riposo ridotti, contestazioni sulle retribuzioni e altre presunte violazioni.
Si tratta di accuse che dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti e rispetto alle quali non è possibile anticipare responsabilità definitive. Ma l’inchiesta ha avuto conseguenze anche sul sistema degli appalti.

Perché è stato rescisso il subappalto
Areco era impegnata nei lavori attraverso un rapporto di subappalto con il Consorzio Xenia. Dopo il coinvolgimento dell’impresa nelle vicende oggetto dell’indagine, il Consorzio ha proceduto alla rescissione del rapporto contrattuale.
La decisione si inserisce nel sistema dei controlli e dei protocolli di legalità previsti per gli appalti pubblici, soprattutto quando emergono vicende giudiziarie che possono incidere sui requisiti richiesti alle imprese. Il problema è che la rescissione del rapporto tra le imprese ha avuto conseguenze immediate sui lavoratori.
Gli operai che fino a quel momento lavoravano nei cantieri si sono ritrovati impossibilitati a prestare la propria attività, non per una loro scelta. E qui nasce la vertenza occupazionale.
Dalla rescissione alla procedura di licenziamento
Patrizia Spinelli, segretaria generale della Feneal Uil di Salerno, intervenendo a Radio Alfa ha spiegato che il 29 settembre Areco ha comunicato formalmente alle organizzazioni sindacali l’avvio della procedura di licenziamento collettivo prevista dalla legge 223 del 1991. Questo significa che il percorso che può condurre ai licenziamenti è ufficialmente iniziato.
La procedura apre una fase di confronto nella quale azienda e sindacati possono cercare soluzioni alternative, compreso il riassorbimento dei lavoratori. Se una soluzione non verrà trovata, però, il procedimento potrà concludersi con i licenziamenti.
Ecco perché la domanda fondamentale non è soltanto quando arriveranno le lettere di licenziamento. La domanda è: che cosa si sta facendo per evitare che arrivino?

Il nodo del riassorbimento
Feneal Uil e Filca Cisl hanno riferito di un’intesa con Xenia finalizzata a garantire ai lavoratori, nel frattempo, la permanenza presso le strutture del cantiere e l’utilizzo dei servizi disponibili, compresi vitto e alloggio, oltre ad avviare un percorso per il possibile reimpiego nelle altre imprese impegnate nei cantieri. È un passaggio importante, ma non è ancora la soluzione della vertenza. Perché circa cento persone hanno bisogno di sapere se potranno continuare a lavorare.
Saranno riassorbiti tutti? Questa è la domanda centrale. I lavoratori coinvolti sono circa sessanta egiziani e una quarantina italiani. E non può essere la nazionalità a stabilire chi avrà diritto a essere ricollocato.
Se ci sono altre imprese disponibili ad assumere, bisogna sapere quante sono, quanti posti hanno a disposizione, quali professionalità cercano, quali contratti applicheranno e soprattutto quanti degli attuali dipendenti Areco potranno essere assorbiti. Finora si è parlato di ricollocazione. Ora servono numeri e tempi.
Un sindacato deve guidare la mobilitazione
Mentre si discute di procedure e tavoli, una parte dei lavoratori ha scelto di manifestare davanti alla Prefettura di Salerno sostenuti dalla Fillea Cgil salernitana e nazionale. I lavoratori egiziani hanno portato in piazza la propria preoccupazione, chiedendo garanzie sul futuro occupazionale.
Ed è proprio sulla protesta che emerge una differenza di approccio tra le organizzazioni sindacali. Spinelli ha raccontato di aver invitato i lavoratori a evitare «azioni forti», richiamando i rischi derivanti da iniziative che potrebbero avere conseguenze sul piano giudiziario. È giusto che un sindacato inviti i lavoratori a non violare la legge. Ma un conto è questo, altro è scoraggiare la mobilitazione. Un sindacato dovrebbe essere alla testa delle iniziative di lotta quando sono in gioco il lavoro e i diritti dei lavoratori.
Scioperi, presidi, manifestazioni e altre forme di protesta fanno parte del patrimonio storico di lotte del movimento sindacale. Per questo la domanda da rivolgere alla Feneal Uil è semplice: se non ritiene opportuno che i lavoratori intraprendano «azioni forti», quali iniziative di lotta intende mettere in campo per difendere quei cento posti di lavoro?
Non basta dire ai lavoratori cosa non devono fare. Un sindacato deve indicare anche cosa fare, come organizzarsi, come mobilitarsi e come esercitare pressione affinché le imprese e le istituzioni diano risposte. La protesta può essere dura e determinata senza essere illegale.
E quando un centinaio di lavoratori rischia il posto, il compito del sindacato dovrebbe essere quello di organizzare quella protesta, non di alimentare la paura delle sue possibili conseguenze.

Ma dove era il sindacato prima?
C’è poi una domanda ancora più delicata.
L’inchiesta della magistratura ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica presunte condizioni di sfruttamento di alcuni lavoratori egiziani. Secondo quanto contestato nell’ambito dell’indagine, alcuni operai sarebbero arrivati a lavorare anche 20 ore al giorno, con riposi ridotti e altre presunte violazioni relative a salario, sicurezza e condizioni di lavoro. Sono accuse che dovranno essere accertate dalla magistratura. Ma se quei fatti saranno confermati, è inevitabile chiedersi: dove erano le rappresentanze sindacali mentre accadeva tutto questo? Dove erano i rappresentanti eletti nei cantieri? I lavoratori avevano segnalato condizioni anomale? Erano stati effettuati controlli? Qualcuno aveva raccolto le loro denunce?
Sono interrogativi pesanti, ma legittimi. Significa interrogarsi sul ruolo della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Perché la tutela del lavoratore non dovrebbe iniziare quando il lavoratore perde il posto. Dovrebbe iniziare molto prima: quando si controllano i contratti, gli orari, le retribuzioni, i riposi, la sicurezza e le condizioni nelle quali le persone sono costrette a vivere.La tutela sindacale comincia nel cantiere.
La vertenza riguarda italiani ed egiziani
C’è infine un elemento che va ribadito. La vicenda non riguarda soltanto i circa sessanta lavoratori egiziani che hanno manifestato. Coinvolge anche circa quaranta lavoratori italiani. Sono circa cento persone che rischiano di vedere compromesso il proprio futuro occupazionale per una vicenda che non dipende dalle loro scelte. Per questo la vertenza deve essere affrontata come una questione di lavoro e non come una questione legata alla provenienza dei lavoratori. Stessi diritti, stessa tutela, stessa dignità.
Ora servono risposte precise
La sequenza degli avvenimenti è ormai chiara: l’inchiesta della magistratura, le vicende che hanno coinvolto Areco, la rescissione del subappalto da parte di Xenia, lo stop ai lavoratori e l’avvio della procedura di licenziamento collettivo. Ora bisogna capire cosa succederà. Quanti lavoratori saranno riassorbiti? Saranno tutti o soltanto una parte? Quali imprese li assumeranno?Con quali contratti? In quali tempi? E cosa accadrà a chi non verrà ricollocato?
Ma soprattutto: quale sarà la risposta del sindacato? Perché dire che oggi i lavoratori non sono ancora licenziati è corretto, ma non basta. Il problema non è soltanto evitare che oggi arrivino le lettere di licenziamento. Il problema è fare in modo che quelle lettere non arrivino mai.
E dopo un’inchiesta che ha acceso i riflettori sulle condizioni di lavoro di alcuni operai stranieri, la sfida è ancora più grande: garantire che chi continuerà a lavorare nei cantieri dell’Alta velocità possa farlo con un contratto regolare, orari rispettati, sicurezza, salario e dignità.
I lavoratori hanno già fatto sentire la propria voce. Adesso tocca alle imprese, alle istituzioni e alle organizzazioni sindacali dimostrare con i fatti se quella voce è stata davvero ascoltata.
Ciro Crescentini
