Il centro sociale, attivo dal 1996, continua a vivere nelle reti e nelle lotte dei giovani torinesi
All’alba, Torino si è svegliata con un’operazione che segna un nuovo salto di qualità nella gestione repressiva del dissenso politico. Le forze dell’ordine – Digos, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza – hanno circondato e sigillato lo storico centro sociale Askatasuna, occupato dal 1996 in corso Regina Margherita. Un’azione coordinata, accompagnata da perquisizioni nelle abitazioni di militanti e studenti, che si inserisce in un’indagine sugli episodi avvenuti durante le manifestazioni a sostegno della Palestina: dagli assalti simbolici contro la sede di Leonardo, alle azioni alle Officine Grandi Riparazioni, fino ai danneggiamenti alla redazione de La Stampa.
Decine le persone indagate con accuse che vanno dal danneggiamento all’invasione di edifici, dalla resistenza a pubblico ufficiale alle lesioni. Ma il bersaglio reale dell’operazione appare chiaro: non singoli fatti, bensì un’esperienza politica collettiva, radicata da quasi trent’anni nel tessuto sociale torinese.
Un centro sociale non è quattro mura
Askatasuna non è mai stato solo uno stabile occupato. È stato – ed è – uno spazio di conflitto sociale, mutualismo, aggregazione politica e culturale. È da qui che sono passate generazioni di attivisti, studenti, precari, abitanti dei quartieri popolari, militanti No Tav. Non è un caso che, negli anni, le procure abbiano tentato più volte di incasellare questa esperienza in reati associativi gravi, ipotesi poi smontate dai tribunali.
Come sottolinea Giorgio Rossetto, storico militante dell’area autonoma torinese e del movimento No Tav, oggi agli arresti domiciliari in Val di Susa, la centralità di Askatasuna non va letta in modo riduttivo: “Difendere Askatasuna è fondamentale, ma non bisogna cadere nella narrazione che lo riduce a un ‘quartier generale’. Il movimento si è articolato molto oltre: nelle università, nelle scuole, nei quartieri, nei territori.”
Negli ultimi mesi, le mobilitazioni per la Palestina hanno mostrato un salto generazionale e sociale evidente. Studenti, giovani delle seconde generazioni, realtà di quartiere hanno animato cortei e iniziative come mai prima. È questo processo che oggi viene colpito.
La repressione come risposta alla partecipazione
Secondo Giorgio Rossetto, lo sgombero rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello sperato dalle istituzioni: “Potrebbe diventare un detonatore di nuovi protagonismi, anche a livello nazionale. La vera partita si gioca nei livelli di mobilitazione che sapremo costruire nei prossimi giorni e mesi”
La scelta di intervenire a ridosso delle festività natalizie appare tutt’altro che neutra: un tentativo di spezzare il fiato a un movimento in crescita, di isolare un territorio e disinnescare una rete di relazioni. Ma la storia dei movimenti insegna che la repressione non cancella il conflitto, lo sposta.
La Val di Susa lo dimostra da decenni: cantieri militarizzati, processi, arresti non hanno fermato la lotta contro il TAV. Allo stesso modo, il quartiere di Vanchiglia e l’area di Askatasuna restano un terreno politico vivo, dove il logoramento dell’avversario passa dalla presenza quotidiana, dall’organizzazione, dalla solidarietà.
Guerra, autoritarismo e complicità istituzionale
Per Giorgio Cremaschi, membro del Comitato dei garanti del progetto Aska bene comune, lo sgombero va letto in un quadro più ampio: “È l’espressione di una politica di guerra, di sostegno a Benjamin Netanyahu, portata avanti dal governo italiano, dall’Unione Europea e dalla NATO. La repressione interna è il rovescio della medaglia del riarmo e del genocidio”
In questo contesto, pesa anche il ruolo della giunta comunale guidata da Stefano Lo Russo, che ha colto l’occasione per ritirare il patto per il bene comune proprio mentre l’operazione era in corso. Una scelta politica precisa, che sancisce l’allineamento dell’amministrazione cittadina alle logiche dell’ordine e della sicurezza, sacrificando ogni ipotesi di mediazione e riconoscimento del valore sociale di Askatasuna.
Oltre lo sgombero, la continuità della lotta
Lo Stato può sigillare un edificio, ma non può sequestrare una storia, né fermare un processo collettivo. Askatasuna vive nelle reti che ha costruito, nelle pratiche che ha diffuso, nei legami tra lotte diverse: Palestina, No Tav, antirazzismo, diritto alla città. Accettare il terreno del conflitto, anche quando imposto dall’alto, significa non arretrare. Significa trasformare l’attacco in occasione di rilancio, di organizzazione, di convergenza. Perché se è vero che oggi colpiscono Askatasuna, è altrettanto vero che ciò che viene messo sotto accusa è l’idea stessa che un’altra città, un’altra società, possano essere costruite dal basso. E questa idea, da Torino in poi, non è sotto sequestro.
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