Frattura insanabile nel sindacato di base: Bologna conferma la linea dura del vertice, mentre i coordinamenti del Sud e Torino si autoconvocano e sfidano Aldo Milani
La crisi all’interno del SI Cobas è ufficialmente esplosa in uno scontro frontale che spacca l’organizzazione a livello nazionale. Da un lato il coordinamento nazionale — riunitosi a Bologna il 27 settembre 2026 — difende la linea del vertice e punta il dito contro i “traditori” interni; dall’altro i coordinamenti provinciali dissidenti (con in testa Napoli, Torino, Genova, Roma e l’area dissenziente di Milano) denunciano una deriva autoritaria e una gestione opaca del sindacato.
Il nodo degli estratti contributivi e le accuse di Aldo Milani
Durante la riunione del coordinamento nazionale a Bologna, Aldo Milani, storico coordinatore nazionale del SI Cobas, ha posto al centro del confronto un tema amministrativo e politico scottante: la mancata trasparenza da parte di alcuni coordinatori. Nel corso dell’ultimo Consiglio Nazionale del 21 giugno 2026, era stato deciso che tutti i coordinatori avrebbero dovuto presentare i propri estratti contributivi, una regola che però non sarebbe stata rispettata da tutti. Milani ha duramente attaccato chi ritiene di aggirare le disposizioni, annunciando verifiche e l’intenzione di smascherare chi tra i coordinatori risulterebbe corrotto.
I vertici legano questa situazione a una più ampia crisi interna, accusando la fronda di aver sollevato strumentalizzazioni e attacchi infamanti sui gruppi Telegram e WhatsApp, arrivando a distorcere persino una svista amministrativa legata alla complessa gestione delle vertenze.
Lo scontro sulla Legge 146 e le regole dello sciopero
A rendere incandescente il clima politico sono anche le divergenze sulle modalità di lotta nei magazzini, dove la questione della Legge 146 del 1990 — la normativa statale che regola e limita il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e nella logistica per garantire i livelli minimi — rappresenta una linea del fronte.
Mentre la base operaia e i coordinamenti territoriali considerano l’improvvisazione e la durezza dello sciopero “selvaggio” l’unica vera arma per bloccare la produzione e piegare i padroni (specialmente durante i picchi di lavoro come quello natalizio), la contestazione interna è esplosa a causa di alcuni accordi aziendali — come quello siglato nell’aprile 2026 nel magazzino Triesse di Landriano alla presenza dello stesso Aldo Milani — in cui sono state inserite rigide clausole di raffreddamento. Accordi che, secondo i critici, andavano ben oltre i limiti imposti dalla stessa Legge 146, vietando di fatto gli scioperi senza l’autorizzazione preventiva della segreteria nazionale ed esponendo i lavoratori a sanzioni e richiami. Una linea “moderata” e burocratica che la base ha vissuto come un vero e proprio tradimento dei principi fondanti del sindacalismo di classe.
La replica dei territori: opacità amministrativa e derive “monarchiche”
Di avviso totalmente opposto sono i coordinamenti provinciali dissidenti (tra cui Napoli, Caserta, Salerno, Benevento, Torino, Genova e Roma). Nei loro documenti, la questione della gestione economica e della trasparenza si capovolge, trasformandosi in una pesante accusa rivolta proprio al vertice nazionale.
Le sedi in scisma denunciano: Un accentramento di poteri di stampo “monarchico” nelle mani del coordinatore nazionale Aldo Milani e del responsabile amministrativo e organizzativo Gino Orsini. La sostituzione giudicata illegittima del precedente responsabile legale (il delegato operaio Simone Lusiardi) con lo stesso Gino Orsini, accusato di concentrare su di sé ben tre cariche nazionali in aperta violazione dello statuto. La totale assenza di trasparenza nella gestione economica — inclusi i proventi delle trattenute delle tessere dei lavoratori — accusata di essere gestita con metodi arbitrari, fondati sul ricatto e sulla repressione del dissenso.
Verso una scissione aperta
Mentre il coordinamento nazionale serra i ranghi e accusa gli oppositori di tentare una manovra scissionista, i coordinamenti provinciali dissidenti hanno deciso di disconoscere i vertici attuali, costituirsi in organismi autoconvocati e invocare una fase congressuale straordinaria per “ricostruire il SI Cobas nel solco dell’autonomia di classe”. Il volo degli stracci, tra conti correnti, tessere, accordi contestati e regole di sciopero, ha ormai spaccato in due il sindacato di base.
Ciro Crescentini
